In breve
- La mindfulness è una pratica che consiste nel portare l’attenzione a ciò che accade nel momento presente, accettandolo così com’è.
- Si pratica in maniera sia formale (seduti, sdraiati o camminando) che informale (portando consapevolezza dentro un’attività qualunque della giornata).
- Nasce dal buddismo theravāda. La versione laica risale al 1979, con il programma MBSR del biologo molecolare Jon Kabat-Zinn.
- Aiuta nella prevenzione delle ricadute depressive.
Della mindfulness circola quasi sempre la stessa immagine: qualcuno seduto a gambe incrociate, con gli occhi chiusi e un’espressione serena. Rassicurante e in buona parte fuorviante, perché suggerisce che l’obiettivo della pratica sia raggiungere quello stato.
Pratico la meditazione da quarant’anni e la domanda che ricevo più spesso non riguarda la tecnica, ma il fallimento: “ci ho provato, la mente non si ferma, evidentemente non sono portato”.
Chi prova la mindfulness quasi sempre parte dallo stesso equivoco, cioè pensare che meditare significhi smettere di pensare. La mindfulness chiede l’esatto contrario: accorgersi di quello che la mente sta facendo, mentre lo sta facendo.
In questa guida trovi cos’è la mindfulness e da dove viene, cosa succede nel corpo e nella mente quando la si pratica, cosa dice la ricerca sui suoi benefici reali e sui suoi limiti, come si pratica passo per passo e quali errori la fanno abbandonare nelle prime settimane.
Meditazione mindfulness: scheda tecnica
Nome e sinonimi: Mindfulness, meditazione mindfulness, meditazione di consapevolezza.
Termine originale: Sati (pāli).
Famiglia di pratica: Contiene sia pratiche di attenzione focalizzata che di monitoraggio aperto.
Tradizione d’origine: Buddismo theravāda.
Resa laica da: Jon Kabat-Zinn, biologo molecolare, nel 1979.
Serve per: Attenzione, regolazione delle emozioni, prevenzione delle ricadute depressive.
Durata di una seduta: Da 5 a 15 minuti.
Si pratica anche: In forma informale, senza sedersi, in qualunque momento della giornata.
Occhi: Chiusi, oppure aperti con sguardo morbido verso il basso.
Posizione: Seduta su sedia o cuscino, sdraiata, in piedi, in movimento.
Difficoltà: Bassa.
Serve un insegnante? Non è necessario, ma consigliato nelle prime otto settimane.
Non è adatta per: Chi ha un disturbo d’ansia in corso o un trauma non elaborato.
Che cos’è la mindfulness?
La mindfulness, o meditazione mindfulness, è una pratica che consiste nel notare quello che accade nel momento presente e imparare a “starci dentro” senza reagire subito. Si allena osservando un “oggetto” semplice, di solito il respiro o le sensazioni del corpo, e riportando lì l’attenzione ogni volta che se ne va.
La definizione più citata al mondo è quella del biologo molecolare Jon Kabat-Zinn, che nel 1979 ha portato questa pratica alla sua popolarità in occidente:
Prestare attenzione in un modo particolare: intenzionalmente, al momento presente, in modo non giudicante.
Nell’uso comune la mindfulness viene presentata come una tecnica di rilassamento, anche se non è esattamente questo.
Il rilassamento è un effetto che a volte arriva e a volte no, mentre il vero obiettivo di questa pratica è l’attenzione. Chi pratica aspettandosi calma immediata smette quasi sempre entro due settimane, convinto di sbagliare qualcosa.
Quali sono le due componenti della mindfulness?
Le componenti sono due e fanno lavori diversi: il monitoraggio (accorgersi di quello che accade) e l’accettazione (l’atteggiamento con cui si accoglie quello che si è notato).
Il modello che le distingue si chiama Monitor and Acceptance Theory, proposto nel 2017 dagli psicologi Emily Lindsay e David Creswell.
Il monitoraggio migliora l’attenzione e le prestazioni cognitive. Porta con sé anche un effetto collaterale che quasi nessuno racconta: aumenta anche la reattività emotiva.
Accorgersi significa sentire di più, e questo comprende anche le cose spiacevoli. L’accettazione è la componente che regola quella reattività, perché apre uno spazio fra quello che si sente e la reazione automatica.
La prova sperimentale è arrivata nel 2018, quando Emily Lindsay e colleghi hanno confrontato tre training di mindfulness via smartphone e poi sottoposto i partecipanti al Trier Social Stress Test, la procedura standard per misurare la risposta allo stress.
Il gruppo che aveva imparato entrambe le componenti ha mostrato una riduzione del cortisolo e della pressione sistolica. Il gruppo che aveva imparato soltanto a monitorare, no.
Osservare quello che accade dentro di sé senza imparare come starci dentro non basta: bisogna imparare ad accettarlo.
Che differenza c’è tra mindfulness e meditazione?
La meditazione è l’insieme di tutte le pratiche di allenamento della mente, la mindfulness è una famiglia dentro quell’insieme.
Inoltre sotto l’etichetta “mindfulness” convivono pratiche diverse fra loro, che il cervello tratta in modo diverso e che producono esiti diversi:
- Attenzione focalizzata. Si sceglie un oggetto (il respiro, un mantra, un punto del corpo) e ogni volta che la mente vaga la si riporta lì. Corrisponde a quello che la tradizione chiama samatha, la calma.
- Monitoraggio aperto. Nessun oggetto fisso: si resta aperti a qualunque cosa emerga, osservandola e lasciandola andare. È la consapevolezza diventata popolare in Occidente e corrisponde a un aspetto della meditazione vipassanā.
- Coltivazione affettiva. Gentilezza amorevole (mettā), compassione, gratitudine. Qui si genera attivamente uno stato mentale (come amorevolezza o beatitudine), invece di osservare quello che si presenta da sé. Molti la collocano fuori dalla mindfulness in senso stretto.
Da dove viene la mindfulness?
La mindfulness nasce nel buddismo theravāda, dove il termine pāli sati indicava il settimo fattore del Nobile Ottuplice Sentiero. La versione laica diffusa oggi in Occidente è un adattamento costruito nel 1979 all’Università del Massachusetts, e fra l’originale e l’adattamento la distanza è più grande di quanto si racconti di solito.
Ci sono tre termini da conoscere riguardo a questa pratica:
- Buddismo theravāda. Significa “dottrina degli anziani” ed è il più antico fra i rami del buddismo ancora vivi. È diffuso soprattutto in Sri Lanka, Birmania, Thailandia, Cambogia e Laos.
- Canone pāli. È la raccolta di testi su cui quel ramo si fonda, e la più antica arrivata fino a noi completa. Prende il nome dal pāli, una lingua dell’India antica che in origine si parlava soltanto.
- Nobile Ottuplice Sentiero. È il percorso in otto parti che il Buddha indicò come pratica: visione, intenzione, parola, azione, mezzi di sostentamento, sforzo, consapevolezza e concentrazione. Ogni fattore è preceduto da sammā, che si traduce con “retto” o “completo”, e la consapevolezza compare quindi come sammā-sati.
La consapevolezza era un pezzo di un percorso in buona parte etico, ed è il pezzo che abbiamo estratto e portato in Occidente da solo.
Che cosa significa davvero sati?
Significa “memoria”. La parola che oggi traduciamo con consapevolezza in origine indicava il ricordare, e questo spostamento spiega buona parte dei fraintendimenti sulla mindfulness.
Sati deriva dal verbo pāli sarati, che vuol dire ricordare. Nei testi antichi indica la facoltà di tenere a mente quello che stai facendo mentre lo stai facendo, che ti riporta lì quando te ne sei andato. È memoria in senso attivo, non memoria del passato: ricordarsi di tornare.
Nel Canone pāli sati viaggia quasi sempre in coppia con sampajañña, la chiara comprensione, cioè la capacità di valutare se quello che stai facendo sta portando da qualche parte. Le due insieme formano il gesto completo: accorgersi di dove sei finito, e capire se ha senso restarci.
Questo ha una conseguenza pratica immediata. Il momento in cui ti accorgi che la mente è andata via e riporti l’attenzione al respiro è sati nel senso originale: ti stai ricordando di dove stavi andando. La pratica allena quel ritorno.
Come è arrivata la mindfulness in Occidente?
Attraverso cinque tappe distribuite su venticinque secoli, e a ogni passaggio è rimasto per strada qualcosa. Ecco la cronistoria.
V secolo a.C. Il Buddha insegna, e l’insegnamento circola a voce. Sati indica il ricordare e il tenere presente, inseparabile dalla chiara comprensione.
I secolo a.C. Dopo circa quattrocento anni di trasmissione orale, il Canone pāli viene messo per iscritto su foglie di palma in Sri Lanka.
V secolo d.C. Il monaco Buddhaghosa compila il Visuddhimagga, manuale di riferimento della meditazione theravāda. La tecnica si sceglie in base al carattere del praticante: quaranta oggetti di meditazione per sei temperamenti. A chi ha la mente irrequieta e affollata di pensieri, per esempio, viene prescritto il respiro.
1881. Il filologo Thomas William Rhys Davids traduce sammā-sati e sceglie una parola inglese allora rara, “mindfulness”. Nel passaggio la memoria esce dal significato.
1979. Jon Kabat-Zinn fonda il programma MBSR, un protocollo laico di otto settimane dentro un ospedale universitario. Si perdono l’etica e la gradualità dell’addestramento.
Anni Duemiladieci. Le app di meditazione diffondono la pratica in tutto il mondo. Si perde l’insegnante, e compaiono i primi dati sugli effetti indesiderati.
Che cos’è il programma MBSR di Jon Kabat-Zinn?
È il protocollo di otto settimane con cui la mindfulness è entrata nella medicina occidentale. MBSR sta per Mindfulness-Based Stress Reduction, in italiano riduzione dello stress basata sulla consapevolezza.
Jon Kabat-Zinn era un biologo molecolare con un dottorato conseguito al MIT. A ventun anni, camminando lungo un corridoio dell’università vide un cartello che annunciava una conferenza su un libro intitolato The Three Pillars of Zen, e cominciò a meditare quella sera.
Negli anni successivi studiò con diversi maestri: Philip Kapleau, il monaco vietnamita Thich Nhat Hanh, il coreano Seung Sahn. Fu anche tra i fondatori del centro Zen di Cambridge.
Quando nel 1979 aprì il suo ambulatorio, meditava da quattordici anni.
La nascita del metodo
L’idea arrivò a Kabat-Zinn durante un ritiro di due settimane: usare quello che aveva imparato per aiutare i malati cronici che la medicina stava lasciando indietro. Tornò a Worcester e convinse l’ospedale universitario del Massachusetts a dargli uno spazio.
Aprì così un ambulatorio per i pazienti che la medicina non riusciva ad aiutare: dolore cronico, malattie di lunga durata, persone rimbalzate da un reparto all’altro senza risultati. Il programma si chiamava Stress Reduction and Relaxation Program e prese il nome attuale soltanto più tardi.
La struttura è rimasta sostanzialmente la stessa da allora:
- Otto incontri di gruppo settimanali, di circa due ore e mezza ciascuno.
- Una giornata intera di pratica in silenzio, intorno alla sesta settimana.
- Quarantacinque minuti di pratica a casa, tutti i giorni.
- Quattro pratiche di base: body scan, meditazione seduta, yoga dolce, camminata consapevole.
Dal MBSR è poi derivato l’MBCT, la terapia cognitiva basata sulla mindfulness, sviluppata negli anni Novanta con l’obiettivo di prevenire le ricadute nella depressione ricorrente.
Kabat-Zinn tolse deliberatamente ogni riferimento buddista dal linguaggio del programma, e lo ha raccontato lui stesso: in un ospedale voleva evitare a tutti i costi che la cosa passasse per misticismo orientale o per una stranezza New Age.
È la scelta che ha reso possibile tutto quello che è venuto dopo, dagli studi clinici alle app.
Cosa si è perso nel passaggio dall’Oriente all’Occidente?
Si sono persi quattro elementi che nella pratica originale erano strutturali:
- l’etica;
- la gradualità dell’addestramento;
- la funzione discriminativa del giudizio;
- l’insegnante.
Fra i quattro, quello che pesa di più nella pratica quotidiana è il giudizio.
L’idea che la mindfulness sia “non giudicante” è un’aggiunta moderna, perché sampajañña è precisamente una funzione discriminativa: serve a valutare se quello che stiamo facendo sta funzionando.
Nel 2011 il monaco e traduttore Bhikkhu Bodhi ha contestato proprio l’equazione oggi diffusissima fra sati e “attenzione nuda”, perché lascia fuori quella funzione.
Niente di tutto questo rende illegittima la mindfulness moderna. La rende semplicemente una pratica diversa da quella antica, e conoscere la differenza aiuta a capire perché a volte non produce i risultati promessi.
Come funziona la mindfulness? Cosa succede nel corpo e nella mente
La mindfulness aumenta la capacità di percepire quello che accade dentro di noi e allena la capacità di non reagire subito a quello che percepiamo. Sono due processi distinti e il secondo arriva sempre dopo il primo.
Il primo processo si chiama interocezione, cioè la percezione dei segnali che arrivano dall’interno del corpo: il battito del cuore, il respiro, la tensione allo stomaco, la mandibola contratta.
Una regione del cervello chiamata insula anteriore funziona come un comparatore, perché confronta di continuo lo stato corporeo atteso con quello che rileva davvero.
Immagina un impianto stereo in cui il volume dei segnali interni è molto basso. La mindfulness alza quel volume. All’improvviso senti cose che c’erano già e che non notavi. Questo è il monitoraggio al lavoro, e in sé è una capacità preziosa.
Il secondo processo riguarda cosa facciamo di quel volume alzato. Qui entra in gioco il default mode network, la rete che si attiva quando la mente vaga, ripensa al passato o costruisce scenari futuri.
In termini pratici: la mindfulness riduce la presa che i pensieri hanno su di noi, perché ci allena a riconoscerli mentre stanno accadendo invece che dopo, quando ci hanno già trascinato via.
Cosa dice la ricerca scientifica sulla mindfulness?
La ricerca mostra effetti reali ma limitati su ansia, depressione e dolore e un effetto solido nella prevenzione delle ricadute depressive.
Quanto funziona la mindfulness su ansia e depressione?
Funziona, con effetti che però si riducono nel tempo.
Rispetto a un gruppo di controllo attivo, i programmi di mindfulness mostrano prove moderate di miglioramento sull’ansia (dimensione dell’effetto 0,38 a otto settimane, che scende a 0,22 dopo tre-sei mesi) e sulla depressione (0,30 che scende a 0,23). Per dare una misura concreta: sono effetti paragonabili a quelli di un antidepressivo.
Sulla prevenzione delle ricadute depressive il dato è invece solido. La terapia cognitiva basata sulla mindfulness riduce il rischio di ricaduta a sessanta settimane e mantiene un vantaggio anche rispetto agli antidepressivi. È ad oggi l’applicazione clinica meglio documentata.
La mindfulness cambia la struttura del cervello?
Dopo otto settimane, no.
I cambiamenti in questa fase sono funzionali, cioè su come lavorano le reti cerebrali.
Quali affermazioni sulla mindfulness sono davvero dimostrate?
| Evidenza scientifica | Affermazione | Fonte |
|---|---|---|
| Solida | La terapia cognitiva basata sulla mindfulness riduce le ricadute nella depressione ricorrente | Kuyken et al., 2016 (9 studi randomizzati, n=1.258) |
| Solida | Un programma MBSR strutturato di otto settimane è non inferiore all’escitalopram nei disturbi d’ansia | Hoge et al., 2023 (studio TAME, n=276) |
| Moderata | Riduzione di ansia, depressione e dolore, con effetti piccoli e decrescenti nel tempo | Goyal et al., 2014 (47 studi randomizzati, n=3.515) |
| Debole | Superiorità rispetto ad altri trattamenti attivi | Nessuna prova (Goyal et al., 2014) |
| Non replicata | Cambiamenti nella struttura del cervello dopo otto settimane | Kral et al., 2022 (n=218, mancata replica) |
Come si pratica la mindfulness?
Si pratica in due modi che si sostengono a vicenda: la pratica formale, in cui ci si dedica soltanto alla mindfulness per un tempo stabilito, e la pratica informale, in cui si porta la stessa attenzione dentro un’attività qualsiasi della giornata.
Come si svolge la pratica formale?
- Prepara la posizione (mezzo minuto). Siediti su una sedia con i piedi appoggiati a terra e la schiena staccata dallo schienale, oppure su un cuscino con le ginocchia più in basso rispetto al bacino. Le mani restano appoggiate sulle cosce. Nessuna posizione particolare delle dita è necessaria.
- Scegli cosa fare con gli occhi. Chiusi, se ti aiutano a raccogliere l’attenzione. Aperti con lo sguardo morbido posato a un metro davanti a te sul pavimento, se chiudendoli ti addormenti o ti agiti. Le due opzioni sono equivalenti e puoi cambiare da una seduta all’altra.
- Fai tre respiri lunghi (mezzo minuto). Inspira dal naso contando fino a quattro, espira contando fino a sei. L’espirazione più lunga dell’inspirazione segnala al sistema nervoso che può rallentare. Queste respirazioni servono a marcare l’inizio della pratica.
- Trova dove senti il respiro (1 minuto). Cerca il punto in cui lo percepisci più chiaramente: le narici, il petto che si allarga, la pancia che si muove. Scegline uno e resta lì per tutta la seduta. Cambiare punto di continuo è uno dei modi più comuni per non allenare niente.
- Osserva il respiro senza modificarlo (7 minuti). Il respiro va lasciato com’è, anche se è corto, irregolare o rumoroso. L’esercizio consiste nell’accorgersi di com’è adesso, non nel produrne uno migliore. Se ti accorgi di star controllando il respiro, lascia andare il controllo e riparti.
- Conta, se ti serve un appoggio. Conta ogni espirazione da uno a dieci, poi ricomincia da uno. Quando ti accorgi di aver perso il conto o di essere arrivato a un numero superiore a dieci, riparti da uno senza commentare. Il conteggio è particolarmente utile nelle prime due settimane e nei giorni in cui la mente è più agitata.
- Chiudi con un minuto di pura coscienza. Nell’ultimo minuto lascia perdere il respiro e resta seduto senza fare niente. Poi apri gli occhi e alzati lentamente.
Cosa si fa quando la mente vaga?
Si torna al respiro, e quel ritorno è l’esercizio vero e proprio. La mente vagherà decine di volte in dieci minuti, anche dopo anni di pratica, perché produrre pensieri è quello che fa un cervello sano.
Il momento che conta è l’istante in cui ti accorgi di essere andato via. Quell’istante è già consapevolezza. Da lì hai due possibilità: commentare l’accaduto (“ecco, ci risiamo, non sono capace”) oppure riportare l’attenzione al punto scelto e proseguire. La seconda richiede meno energia e allena esattamente la capacità che stai cercando di sviluppare.
Se aiuta, dai un nome silenzioso a quello che ti ha portato via, una parola sola: “ricordo”, “progetto”, “preoccupazione”. Poi torna al respiro. Etichettare riduce la presa del pensiero senza aprire una discussione con te stesso.
Quali altre pratiche di mindfulness esistono oltre al respiro?
- Il body scan. È la pratica simbolo del programma MBSR. Sdraiato o seduto, porta l’attenzione su una parte del corpo alla volta, dalle dita di un piede fino alla sommità della testa, restando su ciascuna zona per qualche respiro e notando quello che il corpo sente (tensione, pressione, calore…). Nella versione originale dura quarantacinque minuti, per cominciare ne bastano dieci con un audio guidato. È la pratica che sviluppa di più la percezione dei segnali interni, e per lo stesso motivo è quella da rimandare se quei segnali ti spaventano.
- Il monitoraggio aperto. Siediti come per la pratica sul respiro e lascia che l’attenzione vada su qualunque cosa si presenti: un suono, un pensiero, una sensazione, un’emozione. Nota ciò che si presenta, dagli un nome nella tua testa, lascia andare, aspetta il prossimo input. Va introdotto dopo qualche settimana di respiro, perché senza una base di stabilità la mente si aggancia a quello che passa e ci resta.
- La gentilezza amorevole (mettā). Ripeti mentalmente alcune frasi gentili, rivolte prima a te stesso, poi a una persona cara, poi a una persona che conosci appena, infine a una che non ti piace. Le formule classiche sono semplici: che io possa stare bene, che io possa essere sereno, che io possa vivere senza affanno. È la pratica che consiglio a chi si tratta duramente e a chi si agita quando osserva il corpo.
Come si adatta la mindfulness al corpo che si ha?
Cambiando posizione, senza cambiare l’esercizio. Nella mindfulness nessuna postura produce risultati migliori delle altre e la posizione a gambe incrociate a terra è soltanto la più fotografata.
- Sulla sedia. Piedi paralleli a terra, schiena eretta senza rigidità. È la posizione che consiglio a chi ha più di cinquant’anni e a chiunque abbia problemi di ginocchia o di anche.
- Sdraiato. Sul pavimento o sul letto, gambe distese o ginocchia piegate con i piedi appoggiati. Utile con il mal di schiena. Il rischio è addormentarsi: se succede spesso, passa alla sedia.
- In piedi. Piedi alla larghezza dei fianchi, ginocchia morbide, braccia lungo i fianchi. Adatta alle sedute brevi e ai momenti della giornata in cui sedersi non è possibile.
- Camminando. Dieci passi avanti e dieci indietro, molto lentamente, con l’attenzione al contatto dei piedi con il suolo invece che al respiro. Funziona anche in pochi metri di corridoio e resta praticabile con una mobilità ridotta.

Come si porta la mindfulness dentro la giornata?
Con la pratica informale, che non richiede né tempo dedicato né un posto tranquillo. È la parte che cambia davvero le giornate ed è anche quella che quasi tutti saltano.
- Una cosa alla volta. Quando mangi, mangia. Quando cammini, cammina. Fai una cosa alla volta e sii pienamente presente in quell’attività, senza telefono in mano.
- La pausa dei tre respiri. Prima di rispondere a un messaggio, prima di entrare in una riunione, prima di aprire la porta di casa, fai tre respiri consapevoli.
- Un’attività di routine al giorno (lavare i piatti, salire le scale, lavarsi i denti) svolta con attenzione piena. Senti la temperatura dell’acqua sulle mani mentre lavi i piatti, o il ritmo dei tuoi passi mentre sali le scale. Rendila una mini meditazione.
- Le domande di controllo. Cosa sto sentendo adesso? Quanto è intenso? Come sto reagendo?
Quanto bisogna praticare la mindfulness?
Dai dieci ai quindici minuti al giorno, tutti i giorni, per otto settimane. La regolarità conta più della durata, e questa è l’indicazione che riassume sia la ricerca sia quello che ho visto in quarant’anni di insegnamento.
C’è un punto che va contro l’istinto e su cui vale la pena insistere: praticare di più non è meglio.
La psicologa Willoughby Britton riporta che nel 75% degli studi esaminati aumentare la quantità di pratica non produceva benefici aggiuntivi, e in alcuni casi aumentava la probabilità di esiti negativi. Sedute lunghe, silenzio prolungato e ritiri intensivi sono i contesti in cui gli effetti indesiderati si concentrano.
Chi comincia da zero fa bene a partire da due o tre minuti al giorno e ad allungare di un minuto a settimana. L’ostacolo delle prime settimane riguarda l’abitudine, non la capacità di concentrarsi.
Come organizzare le prime due settimane?
Con sedute brevi che si allungano di poco ogni pochi giorni, e sempre allo stesso orario. Ecco un programma di partenza già collaudato.
| Giorni | Durata | Cosa praticare | Cosa aspettarsi |
|---|---|---|---|
| 1-3 | 3 minuti | Respiro con conteggio | Noia, senso di inutilità, voglia di controllare l’orologio |
| 4-7 | 5 minuti | Respiro con conteggio | La mente vaga molto. Normale e previsto |
| 8-10 | 7 minuti | Respiro senza conteggio | Primi momenti brevi di quiete, alternati ad agitazione |
| 11-14 | 10 minuti | Respiro, più una pratica informale al giorno | Si comincia a notare le nostre reazioni agli eventi durante la giornata |
Saltare un giorno non compromette niente. Saltare tre giorni di fila porta quasi sempre all’abbandono, quindi il giorno saltato conviene recuperarlo con due minuti, invece che con la seduta intera.
A chi è adatta la mindfulness e a chi no?
È adatta a chi vuole allenare attenzione e regolazione emotiva partendo da una mente ragionevolmente stabile. Non è il punto di partenza giusto per chi ha un disturbo d’ansia in corso, per chi ha molta paura delle sensazioni fisiche legate all’ansia e per chi porta un trauma non elaborato.
Il motivo è meccanico.
Il body scan e l’attenzione al respiro aumentano la risoluzione con cui si percepiscono le sensazioni interne. In una persona che non teme quelle sensazioni questo è utile, perché impara a leggere i propri segnali. In una persona che le interpreta come minacce si sta alzando il volume proprio sul canale che genera il problema.
Il rapporto fra meditazione e ansia merita più spazio di quanto ne abbia qui, perché i dati sono numerosi e le alternative praticabili sono parecchie.
Li ho raccolti in una guida dedicata: la meditazione peggiora l’ansia?.
Perché la mindfulness non funziona? Gli errori più comuni
Quasi sempre perché ci si aspetta la cosa sbagliata o si pratica in un modo che rende impossibile continuare. Ecco gli otto errori che vedo più spesso, con il rimedio accanto.
- Aspettarsi di svuotare la mente. Riporta l’attenzione al respiro ogni volta che se ne va e considera quel ritorno il risultato della seduta.
- Cominciare da venti minuti. Parti da tre e allunga di un minuto a settimana. Una seduta breve fatta ogni giorno batte una lunga fatta il sabato.
- Praticare a orari sempre diversi. Scegli un orario fisso e aggancialo a qualcosa che fai già (il caffè del mattino, il rientro a casa). L’abitudine si costruisce sul contesto, prima che sulla motivazione.
- Valutare ogni seduta. Le sedute agitate contano quanto quelle tranquille, perché alleni il ritorno dell’attenzione anche lì. Rimanda il giudizio alla fine delle otto settimane.
- Cambiare tecnica ogni settimana. Resta sulla stessa pratica per almeno due settimane prima di provarne un’altra, altrimenti misuri la novità invece dell’effetto.
- Forzare la posizione a gambe incrociate. Usa la sedia se non sei a tuo agio seduto. Il dolore alle ginocchia occupa tutta l’attenzione disponibile e non allena niente.
- Praticare solo con le app. Alterna le sedute guidate a sedute in silenzio con un timer, altrimenti l’attenzione impara ad appoggiarsi alla voce e non regge da sola.
- Saltare la pratica informale. Aggiungi un’attività quotidiana svolta con attenzione piena. È il ponte fra la pratica formale e il resto della giornata.
Quando fermarsi e quando rivolgersi a un professionista?
Quando la pratica produce sintomi che non si esauriscono con la seduta. Se durante o dopo la meditazione compare uno di questi segnali, sospendi e parlane con un professionista:
- Attacchi di panico durante o subito dopo la pratica.
- Sensazione di distacco da sé o dalla realtà.
- Peggioramento marcato del sonno.
- Ricordi difficili che riaffiorano senza essere stati cercati.
- Peggioramento dei sintomi che persiste per giorni dopo la seduta.
La meditazione può assolutamente affiancare un percorso terapeutico. Ma non può sostituirlo.
Domande frequenti sulla mindfulness
Nella sua forma occidentale no: i programmi MBSR e MBCT sono protocolli laici, erogati in contesti clinici e ospedalieri. Le radici restano buddiste, ma la pratica attuale è secolare.
No, ed è il fraintendimento più diffuso. La mente produce pensieri come lo stomaco produce succhi gastrici. L’esercizio consiste nell’accorgersi di essere andati via e tornare, e quel gesto ripetuto è tutta la pratica.
Gli studi che mostrano efficacia clinica usano quasi sempre programmi strutturati con un insegnante. Le app funzionano meglio come mantenimento che come punto di partenza. Consulta la nostra guida ai migliori corsi di meditazione.
Otto settimane di pratica quotidiana sono la durata su cui è costruita la maggior parte degli studi. I primi cambiamenti si notano di solito prima, intorno alla terza o quarta settimana, e riguardano la reazione agli eventi più degli eventi stessi.
Sì, e nessuna postura è superiore alle altre. La posizione sdraiata rende più probabile addormentarsi: se succede spesso, prova seduto su una sedia, con i piedi appoggiati a terra e la schiena staccata dallo schienale.
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Letture consigliate
- Editore: Corbaccio
- Autore: Jon Kabat-Zinn , Giorgio Arduin
- Collana: I libri del benessere
- Formato: Libro in brossura
- Anno: 2019
Fonti tradizionali
- Buddhaghosa, Visuddhimagga (V sec.), cap. III. Traduzione inglese di Bhikkhu Ñāṇamoli, Buddhist Publication Society, Kandy.
- Bodhi, Bhikkhu (2011). What does mindfulness really mean? A canonical perspective. Contemporary Buddhism, 12(1), 19-39.
- Rhys Davids, T. W. (1881). Buddhist Suttas, translated from Pāli. Oxford, Clarendon Press.
Efficacia clinica
- Goyal M, Singh S, Sibinga EMS, et al. Meditation Programs for Psychological Stress and Well-being: A Systematic Review and Meta-analysis. JAMA Intern Med. 2014;174(3):357-368.
- Kuyken W, Warren FC, Taylor RS, et al. Efficacy of Mindfulness-Based Cognitive Therapy in Prevention of Depressive Relapse: An Individual Patient Data Meta-analysis From Randomized Trials. JAMA Psychiatry. 2016;73(6):565-574.
- Hoge EA, Bui E, Mete M, Dutton MA, Baker AW, Simon NM. Mindfulness-Based Stress Reduction vs Escitalopram for the Treatment of Adults With Anxiety Disorders: A Randomized Clinical Trial. JAMA Psychiatry. 2023;80(1):13-21.
- Van Dam NT, van Vugt MK, Vago DR, et al. Mind the Hype: A Critical Evaluation and Prescriptive Agenda for Research on Mindfulness and Meditation. Perspect Psychol Sci. 2018;13(1):36-61.
Meccanismi
- Lindsay EK, Creswell JD. Mechanisms of mindfulness training: Monitor and Acceptance Theory (MAT). Clin Psychol Rev. 2017;51:48-59.
- Lindsay EK, Young S, Smyth JM, Brown KW, Creswell JD. Acceptance lowers stress reactivity: Dismantling mindfulness training in a randomized controlled trial. Psychoneuroendocrinology. 2018;87:63-73.
- Paulus MP, Stein MB. An insular view of anxiety. Biol Psychiatry. 2006;60(4):383-387.
- Brewer JA, Worhunsky PD, Gray JR, Tang YY, Weber J, Kober H. Meditation experience is associated with differences in default mode network activity and connectivity. PNAS. 2011;108(50):20254-20259.
- Kral TRA, Davis K, Korponay C, et al. Absence of structural brain changes from mindfulness-based stress reduction: Two combined randomized controlled trials. Sci Adv. 2022;8(20):eabk3316.
- Cullen B, Eichel K, Lindahl JR, et al. The contributions of focused attention and open monitoring in mindfulness-based cognitive therapy for affective disturbances: A 3-armed randomized dismantling trial. PLoS ONE. 2021;16(1):e0244838.
Effetti indesiderati
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- Britton WB. Can mindfulness be too much of a good thing? The value of a middle way. Curr Opin Psychol. 2019;28:159-165.