Dodici monaci buddisti si infilano, uno dopo l’altro, dentro un casco magnetico in un laboratorio di Chieti.
Occhi chiusi, respiro calmo, corpo immobile. Dall’esterno sembrano profondamente rilassati, forse addirittura addormentati. I sensori attorno alle loro teste raccontano invece una storia completamente diversa.
Mentre stanno lì, apparentemente fermi, il loro cervello sta facendo qualcosa di estremamente preciso. Si sta riorganizzando.
Questo è quello che hanno scoperto i ricercatori dello studio pubblicato il 23 novembre 2025 sulla rivista Neuroscience of Consciousness.
Una collaborazione tra l’Université de Montréal, il CNR italiano, la Sapienza, l’Università di Chieti-Pescara e il monastero Santacittarama, nei boschi della Sabina.
Dodici monaci della tradizione Theravada, con oltre 15.000 ore di meditazione a testa, hanno accettato di entrare nel più sofisticato scanner disponibile in Europa per rispondere a una domanda che ci accompagna da decenni: cosa succede davvero nel cervello di chi medita?
La risposta ribalta un luogo comune che tutti noi, più o meno consapevolmente, abbiamo interiorizzato. Quando pensiamo alla meditazione, immaginiamo una mente che si svuota, un’attività cerebrale che rallenta, uno stato di quiete neurologica. I dati dicono il contrario.
Durante la meditazione il cervello diventa più attivo, complesso e flessibile. Si muove verso una condizione dinamica che la neuroscienza chiama “criticalità”: il punto di equilibrio tra ordine e caos dove un sistema lavora al massimo dell’efficienza.
In questo articolo proviamo a capire cosa significhi tutto questo, e soprattutto cosa ci insegna questo studio per la nostra pratica di meditazione. Perché la cosa più interessante che emerge non riguarda solo i monaci, ma tutti noi che ci sediamo quindici o venti minuti al giorno nella concitazione delle nostre vite.
Il luogo comune da sfatare
Chiediamo a dieci persone cosa immaginano quando pensano alla meditazione. Otto ci risponderanno con qualche variante della stessa idea: svuotare la mente, non pensare a niente, rilassarsi, staccare, spegnere il cervello.
Questa idea ha una storia. Deriva in parte da traduzioni approssimative di testi orientali, in parte dall’industria del benessere che ha impacchettato la meditazione come antidoto allo stress e al sovraccarico cognitivo, in parte dalle nostre aspettative: in una vita piena di rumore desideriamo un luogo di quiete, e la meditazione sembra promettercelo.
Il problema è che questa promessa, così formulata, non è mantenibile. E genera una delle esperienze più frustranti per chi si avvicina alla pratica.
L’aspettativa che sabota la pratica
Ci sediamo con le migliori intenzioni. Chiudiamo gli occhi. Proviamo a “non pensare a niente”.
E naturalmente, nel giro di pochi secondi, la mente inizia a produrre di tutto: la lista della spesa, una conversazione di ieri, un’ansia per domani, il prurito al ginocchio, il rumore del frigorifero.
A questo punto succede qualcosa di interessante (e distruttivo). Pensiamo: “Ecco, non ci riesco. Non sono portata per la meditazione. La mia mente è troppo agitata”. Ci giudichiamo, ci scoraggiamo, e dopo qualche tentativo molliamo.
Ma il problema non è la nostra mente. Il problema è l’aspettativa con cui ci siamo seduti. Se ci aspettiamo che meditare significhi avere una mente vuota, e invece incontriamo una mente piena (come è nella natura stessa della mente), concludiamo che stiamo sbagliando qualcosa. Quando in realtà stiamo sperimentando esattamente quello che la pratica ci chiede di incontrare.
Cosa ha scoperto lo studio sul cervello dei monaci?
Per capire cosa hanno fatto i ricercatori serve partire da una domanda tecnica all’apparenza banale: come si fa a “vedere” il cervello mentre medita?
Le risposte possibili sono due. La prima è la risonanza magnetica funzionale (fMRI), che tutti abbiamo più o meno visto in qualche documentario: quelle immagini colorate del cervello in cui certe aree “si illuminano”.
La fMRI ha una grande risoluzione spaziale (ci dice con precisione dove succede qualcosa), ma ha un limite temporale importante: è lenta. Misura cambiamenti nel flusso sanguigno che avvengono nell’arco di secondi. Per studiare oscillazioni cerebrali che cambiano mille volte al secondo, non basta.
La seconda opzione è la magnetoencefalografia, o MEG, ed è lo strumento che i ricercatori hanno scelto per questo studio. La MEG misura direttamente i campi magnetici generati dall’attività elettrica dei neuroni, con una risoluzione temporale al millisecondo. È un salto di qualità enorme.
Il problema è che esistono pochissimi laboratori al mondo attrezzati per farla. Uno di questi è all’Università di Chieti-Pescara, nel laboratorio coordinato da Laura Marzetti. Ed è lì che i dodici monaci di Santacittarama si sono recati per mettere a disposizione dei ricercatori il loro cervello.
Chi sono i monaci che hanno partecipato?
I soggetti dello studio erano dodici uomini, età media 38 anni, appartenenti alla tradizione Theravada Thai Forest, una delle scuole più rigorose del buddismo thailandese.
Sono monaci che vivono al monastero Santacittarama, a circa cinquanta chilometri da Roma. Il nome, tradotto dal pāli, significa “il giardino del cuore sereno”.
Il dato più importante è quello delle ore di pratica. In media, ciascuno dei monaci aveva alle spalle oltre 15.000 ore di meditazione formale, con punte che superavano le 26.000.
Per dare un’idea concreta: se meditassimo 30 minuti al giorno per 365 giorni l’anno senza mai saltare, ci vorrebbero più di 80 anni per accumulare 15.000 ore. Questi monaci sono tra i cervelli più allenati del pianeta per quanto riguarda la pratica meditativa.

Che protocollo è stato usato?
Il protocollo sperimentale era elegantemente semplice. Una volta dentro lo scanner MEG, ogni monaco alternava blocchi di riposo e blocchi di meditazione secondo questa sequenza:
- 3 minuti di riposo con occhi chiusi
- 6 minuti di Samatha (meditazione di attenzione focalizzata)
- 3 minuti di riposo
- 6 minuti di Vipassanā (meditazione di consapevolezza aperta)
- 3 minuti di riposo
Questa sequenza veniva ripetuta tre volte, per un totale di dodici sessioni per soggetto. Durante le fasi meditative, i monaci non usavano alcuna tecnica particolare: niente mantra, niente visualizzazioni, niente manipolazioni del respiro. Solo la pratica contemplativa pura, la stessa che fanno ogni giorno da decenni nel monastero.
I ricercatori hanno poi confrontato l’attività cerebrale registrata durante la meditazione con quella registrata durante il riposo, e hanno confrontato tra loro le due tecniche meditative. Cosa cambia quando un monaco esperto passa dal semplice stare sdraiato a occhi chiusi al fare Samatha? E cosa cambia, invece, quando passa da Samatha a Vipassanā?
La squadra di ricerca
Vale la pena fermarsi un momento sulle persone che hanno condotto questo lavoro, perché c’è una piccola storia italiana dentro.
La prima firma dello studio è quella di Annalisa Pascarella, matematica del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Roma. Il principal investigator è Karim Jerbi, professore di neuroscienza computazionale all’Université de Montréal. Le registrazioni MEG sono state fatte nel laboratorio di Laura Marzetti a Chieti. L’esperienza contemplativa è stata coordinata da Antonino Raffone, professore di psicologia cognitiva alla Sapienza, che ha un lungo lavoro di ponte tra neuroscienza e tradizioni buddhiste.
In altre parole: la filiera italiana di questo studio, dai reclutamenti all’analisi matematica dei dati, pesa almeno quanto quella canadese. È un dettaglio che raramente emerge nella divulgazione internazionale, ma che racconta qualcosa del rapporto tra l’Italia e la ricerca sulla meditazione.
Vediamo ora cosa hanno visto davvero, in quei segnali magnetici raccolti attorno alla testa di dodici monaci.
Quali sono i risultati?
Quando i ricercatori hanno analizzato i segnali magnetici raccolti durante le sessioni, non si sono limitati a chiedersi quali aree del cervello fossero più attive. Hanno misurato come l’attività si organizzava nel tempo.
Se immaginiamo il cervello come un’orchestra, gli approcci tradizionali contano quanti strumenti stanno suonando. Questo studio, invece, ha provato a capire se stanno suonando una marcia militare, una jam session jazz, o un assolo di violino.
La differenza è cruciale, e ci porta direttamente al primo risultato.
Il cervello che medita è più “ricco”
La prima scoperta riguarda quella che i ricercatori chiamano complessità del segnale. Senza entrare nella matematica, la complessità misura quanto un segnale è vario, ricco di pattern diversi, imprevedibile. Un segnale semplice si ripete in modo monotono. Un segnale complesso contiene invece molte sfumature.
Durante la meditazione (sia Samatha che Vipassanā) la complessità del segnale cerebrale aumenta in modo significativo rispetto al riposo. Lo dicono tre misure diverse calcolate indipendentemente (Lempel-Ziv Complexity, Higuchi Fractal Dimension, Spectral Entropy), tutte convergenti sulla stessa direzione. L’attività cerebrale del monaco che medita è più ricca e diversificata di quella dello stesso monaco che riposa a occhi chiusi.
Come lo commenta Karim Jerbi in un’intervista rilasciata all’Université de Montréal, i dati descrivono “un cervello più sveglio, flessibile, adattivo ed efficiente”. Tutto l’opposto del cervello che si spegne.

Il cervello si libera del proprio passato
Il cervello, normalmente, porta con sé una specie di inerzia. Quello che succede in un dato momento è in buona parte determinato da quello che stava succedendo qualche istante prima. Un’onda cerebrale alta tende a essere seguita da un’altra onda alta, un’onda bassa da un’altra bassa. Il cervello, in un certo senso, “ricorda” costantemente i propri stati recenti.
Durante la meditazione, questa inerzia si riduce drasticamente. Il cervello del monaco che pratica è meno determinato dalla propria memoria strutturale di breve termine. Ogni momento è più libero dal momento che lo ha preceduto. La rete si sgancia dai propri pattern automatici e diventa più reattiva al presente.
Chi ha qualche esperienza di meditazione riconoscerà immediatamente questa descrizione. È esattamente quello che si prova quando la pratica funziona: una sensazione di maggiore presenza, di minore trascinamento dei pensieri uno dentro l’altro, di uno spazio più ampio tra un’esperienza e l’altra.
L’equilibrio tra ordine e caos
I ricercatori hanno misurato quanto il cervello dei monaci si trovasse vicino a uno stato chiamato criticalità.
La criticalità è un concetto preso in prestito dalla fisica. Un sistema si trova al punto critico quando opera esattamente al confine tra due regimi: uno ordinato, in cui tutto è prevedibile e rigido, e uno caotico, in cui tutto è imprevedibile e casuale. Proprio al confine tra questi due mondi succede una cosa speciale: il sistema diventa massimamente efficiente nel trasmettere informazione, rispondere agli stimoli e adattarsi.
Per capire con un’immagine: pensiamo a una corda di violino. Se è troppo lenta, vibra male e il suono è povero. Se è troppo tesa, si spezza. Esiste un punto preciso di tensione in cui la corda produce la nota più ricca e risonante possibile. Quello è il punto critico.
Il cervello funziona in modo simile: troppa rigidità (come in certi stati di coma profondo) e l’elaborazione è bloccata; troppo caos (come in una crisi epilettica) e l’elaborazione si disgrega.
Cosa ha rivelato lo studio? Che durante la Vipassanā il cervello dei monaci si avvicina al punto critico più di quanto faccia durante il semplice riposo.
Durante la Samatha, invece, si sposta leggermente verso l’ordine, stabilizzandosi un po’ più del normale.
Le due pratiche, in altre parole, spostano il cervello in direzioni leggermente diverse lungo lo spettro tra ordine e caos. Su questo torneremo nella prossima sezione, perché ha implicazioni importanti per capire cosa stiamo allenando quando scegliamo una tecnica piuttosto che un’altra.
Un dato che chiude il cerchio
Un ultimo risultato merita attenzione, perché è probabilmente il più convincente dal punto di vista scientifico. I ricercatori hanno addestrato un algoritmo di intelligenza artificiale (una foresta decisionale, per chi conosce il termine tecnico) a distinguere i diversi stati cerebrali basandosi solo sui dati MEG. L’algoritmo ha imparato a riconoscere quando un monaco stava meditando e quando stava riposando, con un’accuratezza del 90% per la Samatha e dell’87% per la Vipassanā.
Questo significa una cosa semplice e potente: lo stato meditativo ha una firma neurobiologica riconoscibile, abbastanza distintiva da permettere a una macchina di identificarla con alta precisione. La meditazione dei monaci è qualcosa di preciso, misurabile, con caratteristiche proprie che la differenziano dal semplice stare con gli occhi chiusi.
Resta da capire cosa distingue, a sua volta, le due principali tecniche praticate dai monaci di Santacittarama. Perché Samatha e Vipassanā, anche se condividono molte firme comuni, non sono la stessa cosa.
Samatha e Vipassanā
I termini Samatha e Vipassanā vengono dal pāli, la lingua in cui sono stati redatti i testi più antichi del buddhismo. Samatha significa “calma”, “quiete”, “tranquillità della consapevolezza”. Vipassanā significa letteralmente “visione profonda”, “vedere in modo particolare”.
Compaiono nel Canone Pāli come due qualità della mente da coltivare insieme, aspetti complementari di uno stesso cammino contemplativo.
La distinzione tra le due come tecniche separate è un’elaborazione successiva, codificata sistematicamente nel Visuddhimagga, il grande manuale meditativo scritto da Buddhaghosa nel V secolo d.C. Da lì in poi, Samatha e Vipassanā vengono spesso insegnate come due modalità di pratica diverse, con oggetti e finalità distinte. T
ornano a essere considerate come due facce della stessa medaglia nel movimento della mindfulness contemporanea (MBSR, MBCT) che le alterna sistematicamente, ritrovando l’intuizione originaria dei testi antichi.
La metafora della torcia
Karim Jerbi, il principal investigator dello studio, ha usato un’immagine che rende la differenza in modo immediato.
Quando pratichiamo Samatha, restringiamo il campo dell’attenzione come se restringessimo il fascio di una torcia: un raggio stretto, intenso, che illumina un solo punto. Tipicamente quel punto è il respiro, la sensazione dell’aria che entra ed esce dalle narici, o il movimento del ventre che si solleva e si abbassa. Ogni volta che la mente vaga, la riportiamo gentilmente all’oggetto scelto. L’obiettivo è stabilizzare la mente, portarla a una calma profonda, arrivare nei gradi più alti a stati di assorbimento che il Canone chiama jhāna.
Quando pratichiamo Vipassanā, facciamo l’opposto: allarghiamo il fascio fino a illuminare tutto il campo dell’esperienza. Non scegliamo un oggetto da privilegiare. Osserviamo qualsiasi cosa sorga (una sensazione nel corpo, un suono, un pensiero, un’emozione) senza selezionare. L’obiettivo è sviluppare una consapevolezza aperta, panoramica, che permette di vedere in profondità la natura di ciò che si manifesta nella mente momento per momento.
I diversi effetti delle due meditazioni
La Vipassanā avvicina il cervello alla criticalità più di quanto faccia il riposo. La Samatha, invece, produce uno stato leggermente più stabile, un po’ più spostato verso l’ordine. È l’unica misura che distingue con chiarezza le due tecniche, e la direzione del risultato è esattamente quella che ci si aspetterebbe dalla descrizione soggettiva della pratica.
L’attenzione focalizzata richiede stabilità. Per tenere il fascio della torcia fermo su un punto serve una mente raccolta, ordinata, che non si disperde. Il cervello risponde a questa richiesta stringendosi un po’ verso l’ordine, riducendo le proprie fluttuazioni.
La consapevolezza aperta richiede l’opposto: massima reattività a qualsiasi cosa possa emergere nel campo dell’esperienza. Per cogliere tutto senza privilegiare nulla serve un cervello pronto, fluido, capace di rispondere in ogni direzione. Il cervello si avvicina al bordo critico, dove un piccolo stimolo può attivare pattern di risposta molto diversi.
Il cervello che si trasforma
I ricercatori non si sono limitati a confrontare il cervello dei monaci durante la meditazione con il loro cervello a riposo. Hanno correlato le misure cerebrali con le ore di pratica accumulate da ciascun monaco nella propria vita.
Ed è emerso un pattern che cambia il modo in cui pensiamo alla meditazione.
Il cervello dei monaci più esperti, anche quando non meditano, assomiglia già a un cervello che medita.
Quando un monaco con 25.000 ore di pratica si sdraia nello scanner e semplicemente riposa a occhi chiusi, senza fare alcuna meditazione formale, il suo cervello mostra già alcune delle firme caratteristiche dello stato meditativo. La differenza tra “meditare” e “non meditare”, nel suo caso, si è ridotta.
Nei monaci con meno ore, la differenza tra lo stato di riposo e lo stato meditativo è più netta. In quelli con più ore, le due condizioni si avvicinano. È come se la pratica, ripetuta per migliaia di ore, avesse progressivamente trasformato il modo di funzionare ordinario del cervello, portandolo più vicino a quello che un tempo era uno stato straordinario.
Cosa significa per la nostra vita quotidiana
La traduzione pratica di questo risultato è importante. Se la pratica modifica il cervello anche fuori dalla pratica, significa che stiamo lavorando su chi siamo, non solo su come ci sentiamo per mezz’ora al giorno.
Una delle applicazioni cliniche più studiate riguarda la depressione e la tendenza alla ruminazione, quel pensiero che gira in tondo rimuginando sugli stessi temi senza mai risolverli.
Jerbi stesso ha commentato, nell’intervista rilasciata all’Université de Montréal, come “l’aumento della flessibilità cerebrale possa aiutare a ridurre l’attività dei circuiti cerebrali associati alla ruminazione”. Un cervello più critico, nel senso tecnico che abbiamo visto, è un cervello meno ingabbiato nei propri loop ripetitivi. Ed è esattamente quello di cui abbiamo bisogno quando siamo intrappolati in pensieri che non ci lasciano in pace.
Ma la lezione più importante è forse quella più semplice. Meditare regolarmente non significa collezionare momenti di quiete che poi svaniscono appena ci rialziamo.
Significa coltivare, lentamente, una qualità diversa della nostra vita mentale ordinaria. Quella qualità si manifesta nelle piccole cose: un secondo di pausa prima di rispondere male a qualcuno, una maggiore capacità di stare con un’emozione difficile senza esserne sopraffatti, una minore reattività quando le cose vanno diversamente da come avremmo voluto.
Non dobbiamo diventare monaci per fare nostro ciò che questa ricerca ci insegna. Ma vale la pena ricordare che la meditazione che pratichiamo venti minuti la mattina, seduti sul nostro cuscino, davanti alla finestra della camera da letto, è la stessa pratica che i monaci di Santacittarama hanno coltivato per decine di migliaia di ore. La differenza è solo nella quantità, non nella natura.
La pratica funziona secondo gli stessi principi, modifica il cervello con gli stessi meccanismi, e percorre la stessa direzione. Semplicemente, per noi, il percorso è più lieve.
Il prossimo respiro consapevole è un’occasione. Quello dopo ancora, un’altra. E così via, per tutto il tempo che ci vorrà.
Lettura consigliata
Fonti
- Studio completo
- Interviste citate: Karim Jerbi su UdeMnouvelles (gennaio 2026) e Annalisa Pascarella su Nautilus (marzo 2026).


