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Anima e animus: cosa succede quando reprimiamo una parte di noi

Cent'anni fa Emma Jung definì il concetto di possessione psichica. Oggi questa dinamica è più presente che mai, soprattutto nel mondo dei social.
Uomo e donna che praticano meditazione all'aperto e allenamento in palestra, benessere e equilibrio.
Tabella dei contenuti

Qualche settimana fa stavo scorrendo TikTok, cosa che faccio raramente, e ogni volta capisco il perché. Mi sono imbattuta in due profili quasi in successione.

Il primo: una donna, insegnante di yoga, capelli lunghi raccolti, con un abito di lino bianco e un tramonto alle spalle, stava spiegando perché i vaccini sono “disallineati” con la frequenza del corpo umano.

Il secondo: un uomo muscoloso a petto nudo, palestra sullo sfondo, spiegava che se non vai in palestra perché sei triste sei fondamentalmente debole e che la “scienza” non lascia spazio alle nostre lamentele interne.

Ho pensato: questi due non si sono mai incontrati, ma si somigliano tantissimo.

Entrambi sono intrappolati dalla loro psiche.

Emma Jung e il punto di partenza

Carl Gustav Jung, uno dei pionieri della psicanalisi, scrisse molto sull’anima e sull’animus. Ma fu sua moglie Emma a sviluppare questi concetti in modo più utile, onesto e (secondo me) più coraggioso, in un saggio del 1931 intitolato Animus e Anima che ancora oggi vale la pena leggere.

Anima e animus sono due principi psichici che esistono in ognuno di noi:

  • il principio femminile (relazione, sentimento, intuizione, ricettività, flusso), chiamato anima;
  • il principio maschile (struttura, logica, direzione, azione, confine), chiamato animus.

L’equilibrio tra i due è quello che Jung chiamava individuazione, ovvero il processo di diventare una persona intera.

Tutti noi, in quanto esseri umani, li possediamo entrambi. Abbiamo naturalmente una parte di psiche che incarna caratteristiche femminili e un’altra che incarna quelle maschili, a prescindere dal nostro genere biologico.

Il problema è quando uno di questi due aspetti viene represso così profondamente da smettere di essere una parte di noi e diventare qualcosa che invece ci possiede dall’interno.

E nascono dei comportamenti e reazioni che molti di noi non sanno spiegarsi razionalmente.

Cosa sono davvero anima e animus

Prima di andare avanti vorrei soffermarmi su questi due concetti, perché vengono spesso fraintesi.

L’anima è il principio femminile della psiche. Non è “la parte emotiva” in senso generico, ma la capacità di relazionarsi, di ricevere, di stare nell’ambiguità, di sentire senza dover immediatamente risolvere. È la porta verso l’intuizione e la creatività non controllata.

L’anima attraversa quattro stadi. Il primo, che Jung chiamò Eva, è il polo più primitivo: la donna come pura fonte di nutrimento o pericolo.

Il secondo, Elena, porta con sé la seduzione, la bellezza, l’idealizzazione romantica.

Il terzo, Maria, esprime la devozione e la dimensione spirituale del femminile.

Il quarto e più maturo, Sofia, è la saggezza integrata: non più una proiezione idealizzata, ma una guida interiore che illumina invece di sedurre o devastare.

Una persona che non ha sviluppato la sua anima rimane bloccata ai livelli più bassi: oscilla tra adorazione e distruzione, proietta le sue insicurezze sugli altri, ha un ego molto fragile ed è spesso permalosa.

L’animus è il corrispettivo maschile. Non è “la parte razionale” in senso banale, bensì la capacità di agire, di decidere, di stare nel mondo con direzione, di sostenere un’opinione senza dissolversi nel relazionale. È la voce interiore che dice: questo lo so, questo lo voglio, questo lo faccio.

Anche l’animus ha quattro stadi.

Il primo è quello della forza fisica pura, il maschile come muscolo o minaccia.

Il secondo è quello dell’azione e dell’iniziativa.

Il terzo è quello della parola e del pensiero, il maschile come portatore di significato.

Il quarto è quello dello spirito: l’animus come guida verso il senso profondo, la ricerca autentica.

Una persona il cui animus è bloccato si ritrova dominata da una voce interiore che la comanda o critica in modo grezzo, senza discernimento. O, al contrario, è completamente priva di quella voce, incapace di agire con autonomia nel mondo.

La cosa che Emma Jung sottolineò con forza è questa: anima e animus non sono nemici da eliminare. Sono parti di noi che vogliono essere conosciute, sviluppate ed integrate. Quando lo sono, diventano i nostri alleati più potenti. Quando invece vengono repressi, si trasformano in qualcosa che ci possiede dall’interno e parla al posto nostro.

Donna che medita in una stanza luminosa con un'aura speciale, circondata da persone sedute in medita.

Come funziona la possessione

Questo è il punto che mi sembra più prezioso in tutta la teoria junghiana.

Reprimere il proprio animus o la propria anima non li fa sparire, anzi. Li rende autonomi.

Continuano ad agire, ma fuori dal nostro controllo cosciente. E si manifestano con un’ironia brutale: producono esattamente i sintomi opposti all’identità che abbiamo scelto.

La persona che ha costruito tutta la sua identità sull’animus (sulla logica, sul successo, sulla durezza) non si libera dall’anima.

L’anima si ribella dall’interno, attraverso il meccanismo che Jung chiamava possessione: l’ego che sembra granitico diventa improvvisamente fragile. La persona più “dura” della stanza è quella che si offende di più. Quella che parla di merito e razionalità è quella che prende sul personale le critiche. L’armatura esterna e la fragilità interna crescono insieme, di pari passo.

Il contrario è ugualmente vero. La persona che ha costruito tutta la sua identità sull’anima (sulla sensibilità, sulla cura, sulla spiritualità) non si libera dall’animus. L’animus si ribella come una voce interiore che non smette mai di tormentarlo: il critico interno feroce, l’ideale di sé irraggiungibile, l’ansia che esplode esattamente quando si tratta di fare qualcosa di concreto nel mondo.

In entrambi i casi, il principio represso si fa sentire spesso nel momento meno opportuno e nella forma meno elaborata.

La persona che ha scelto l’animus

Sono certa che conoscete almeno una persona che risponde a questa descrizione.

Gestisce tutto, non si ferma mai, non chiede aiuto, risolve. Orientata al risultato, efficiente, spesso brillante e con un’intelligenza fuori dal comune. Ha costruito un’identità sul principio maschile: logica, controllo, performance. Raramente prova empatia. Sembra quasi disconnessa dalle emozioni.

E poi, all’improvviso, qualcuno fa un commento ironico e la sua risposta è sproporzionata. Una critica professionale viene vissuta come un attacco alla persona. Una parola percepita male genera una reazione che non si riesce a spiegare. L’ego, che sembrava solido come pietra, si sgretola davanti a niente.

È l’anima che si ribella. Quella capacità di sentire e di ricevere, mai integrata consapevolmente, emerge dall’inconscio nella forma più rozza e meno elaborata: permalosità, suscettibilità, ferite che non dovrebbero esserci. Non perché questa persona sia debole, ma perché ha costruito la fortezza dall’esterno e lasciato l’interno senza presidio.

Il segnale paradossale è questo: più qualcuno ha bisogno di sembrare invulnerabile, più è vulnerabile dove non se lo aspetta.

L’Anima rappresenta il collegamento con la sorgente o la fonte della vita nell’inconscio. Quando una tale connessione non esiste, o quando viene spezzata, ne risulta uno stato di stagnazione o torpore, spesso così disturbante da spingere la persona coinvolta a cercare uno psichiatra.

– Emma Jung

La persona che ha scelto l’anima

E poi c’è l’altra figura. Quella che cura, che ascolta, che sente tutto profondamente. Morbida, connessa con il proprio mondo interiore, spiritualmente presente.

Ma dentro, qualcosa non torna.

L’autocritica feroce che non perdona niente, la versione idealizzata di sé che rimane sempre irraggiungibile, l’ansia che esplode esattamente quando si tratta di fare qualcosa di concreto. Decisioni bloccate all’infinito (questo lavoro fa per me? Posso permettermi questo passo? E se poi non funziona?) non per mancanza di intelligenza, ma perché l’animus non integrato non riesce a fornire la spinta necessaria per agire senza garanzie totali.

La vita si svolge prevalentemente nella testa. I piani esistono in infinite varianti. Le versioni ideali di sé sono elaborate e convincenti. Ma nel momento in cui quella versione ideale dovrebbe incontrare la realtà (con le sue imperfezioni, i suoi rischi, la sua inevitabile resistenza) qualcosa si blocca.

La persona dominata dall’anima non integrata è spesso capace di intuizioni straordinarie, e tuttavia rimane bloccata sulla soglia. Perché oltrepassare la soglia richiede animus: la capacità di agire senza certezze assolute, di fare un passo e scoprire solo dopo dove porta. Non è qualcosa che si può sentire prima di farlo. È qualcosa che si fa, e si sente dopo.

L’ironia junghiana, anche qui, è precisa: la persona che ha scelto la sensibilità come identità è spesso la meno in pace con se stessa.

Molto spesso l’attività intellettuale della donna si manifesta in un rimuginare il passato chiedendosi che cosa nella propria o nell’altrui esistenza avrebbe dovuto essere fatto diversamente, oppure nel costruire ossessivamente degli artificiosi nessi causali. Questo atteggiamento mentale viene di solito definito pensiero, mentre in realtà non è altro che una forma inutile e improduttiva di attività intellettuale, una specie di autotortura.

– Emma Jung

Femminismo e manosfera: lo stesso meccanismo, a un secolo di distanza

Con questo schema in mente, certi fenomeni collettivi diventano improvvisamente molto più leggibili.

Emma Jung scrisse il suo saggio nel 1931, mentre il femminismo muoveva i suoi primi passi organizzati. E guardando indietro, possiamo riconoscere quella dinamica in alcune fasi del movimento: il momento in cui la legittima richiesta di parità si irrigidì in posizioni assolute, la giusta rabbia si trasformò in rigidità dottrinale e certe voci smisero di voler convincere e iniziarono solo a condannare.

Era esattamente il meccanismo che Jung descriveva: donne a cui era stato negato per secoli lo sviluppo del proprio principio maschile (il pensiero autonomo, l’autorità intellettuale, la presenza nel mondo pubblico) che si trovavano a gestire quell’energia per la prima volta, senza strumenti per integrarla consapevolmente.

L’animus emergeva nella forma più grezza: dogmatismo, certezza assoluta, incapacità di dialogare. Il femminismo, come ogni movimento umano, aveva bisogno di attraversare quella fase. E in gran parte l’ha attraversata.

Oggi lo stesso meccanismo si sta ripetendo, ma con attori diversi.

Il fenomeno si chiama manosfera: un insieme di comunità online, profili social, podcast e forum dove si elabora un’idea specifica di mascolinità. Gli uomini come vittime di un mondo troppo femminilizzato, che offrono come soluzione il recupero di una mascolinità forte e dominante.

L’uomo che abbraccia questi contenuti è, nella grande maggioranza dei casi, un uomo la cui anima è stata repressa fin dall’infanzia attraverso messaggi precisi: i maschi non piangono, i maschi non chiedono aiuto, la tenerezza è debolezza, il dubbio è vergogna.

E allora quella parte repressa emerge nell’unica forma che conosce: permalosità mascherata da durezza, suscettibilità travestita da forza, un’identità ideale irraggiungibile (l'”alpha”, il “sigma”) che serve a compensare un’anima non riconosciuta che non smette di premere dall’interno.

Il paradosso, che Jung avrebbe trovato perfettamente coerente, è che l’uomo della manosfera e la donna del femminismo radicalizzato hanno lo stesso problema di partenza: un principio psichico che non ha mai trovato integrazione cosciente, e che emerge quindi nella sua forma più immatura. La forma esterna cambia. La dinamica interna è identica.

Jung chiamava questo processo enantiodromia: il principio per cui tutto ciò che raggiunge un estremo tende a trasformarsi nel suo opposto.

I social media amplificano e premiano queste dinamiche: gli algoritmi favoriscono le posizioni estreme perché generano reazione. Più sei radicale, più sei coinvolgente. Più sei coinvolgente, più cresci. È un sistema che fa molto bene alla possessione e molto male all’integrazione.

Gli estremismi della spiritualità e della scienza

Meditazione Zen in natura, donna che pratica yoga e mindfulness all'aperto, promuovendo benessere e.

Ma torniamo a quell’insegnante di yoga di cui parlavo all’inizio.

Esiste uno stereotipo preciso nel mondo della spiritualità contemporanea, e come tutti gli stereotipi ha una base reale abbastanza fastidiosa.

È la figura che vede ovunque “energie”, non si fida della società e delle sue dinamiche, condivide contenuti no-vax tra una citazione di Rumi e una foto al tramonto. Parla di “sacro femminile” ma non sa fare i conti con il conflitto reale. Risponde a qualsiasi critica con il concetto di “energia negativa”.

È la persona che ha scelto l’anima, e il cui animus si è ribellato trasformandosi in rigidità dottrinale. Perché non c’è niente di più rigido di una spiritualità che non tollera il dubbio. Niente di più dogmatico di una visione del mondo che risponde a tutto con “le energie” e non ammette la possibilità di sbagliare.

L’animus non integrato, qui, si esprime come certezza assoluta. La dissoluzione dei confini verso l’esterno va di pari passo con un confine interiore blindatissimo: non disturbarmi con domande, non sfidarmi con dati, non toccare la mia visione del mondo con la realtà.

Lo psicologo John Welwood chiamò questo fenomeno spiritual bypassing: l’uso della spiritualità per evitare di fare i conti con la propria psicologia, con i propri conflitti, con la realtà che fa male. È un rifugio. E come tutti i rifugi, quando si trasforma in residenza permanente, diventa una prigione.

La scienza come unica realtà

Dall’altra parte dello spettro c’è la figura che spiega la scienza con un tono che suona più come condanna che come divulgazione. Quello che inizia ogni video con “sfatiamo il mito”, che usa il fatto scientifico come un’arma, che risponde al mondo spirituale con un disprezzo che non è critica ma disgusto.

Anche questo è un eccesso. Un’anima non integrata che preme dall’interno, e senza strumenti per riconoscerla si manifesta in reazioni esasperate.

Due estremi, stesso problema. Queste persone hanno scelto un polo e lo difendono come se dall’altra parte ci fosse il nemico. Usano la loro visione del mondo non per capire la realtà, ma per proteggersi da essa.

L’integrazione non è una via di mezzo

Integrare anima e animus significa accettare finalmente quella parte di noi repressa o mai integrata.

Jung usava il termine costellazione psichica per indicare la configurazione attiva degli elementi della psiche in un dato momento: quali complessi sono in primo piano, quali sono repressi, come si dispongono tra loro. Una costellazione sana di anima e animus è una configurazione in cui i due principi sono entrambi presenti, entrambi riconoscibili, capaci di dialogare invece di escludersi.

Ma raggiungere questa configurazione ci costa qualcosa.

Per chi ha costruito la sua identità sull’animus, integrare l’anima significa fare qualcosa che il suo sistema di riferimento considera inferiore. Sedersi a meditare quando invece potresti ottimizzare qualcosa. Sentire invece di risolvere. Fermarsi invece di avanzare. Agli occhi di quella persona, e spesso agli occhi di chi la circonda, sembra quasi una perdita. Una regressione.

Ecco perché la meditazione, per molte persone con animus dominante, viene adottata solo quando è riformulata come strumento di performance: meditano per dormire meglio, per concentrarsi di più, per essere più produttivi. L’anima viene accettata solo se serve all’animus.

L’integrazione vera richiede qualcosa di diverso: riconoscere che la sensibilità, il sentimento, la vulnerabilità sono parti di noi che hanno aspettato di essere viste. E vederle, dargli spazio, trattarle con rispetto è il lavoro.

Per chi è dominato dall’anima, il problema è speculare. Il mondo esterno (con le sue regole, le sue imperfezioni, la sua inevitabile resistenza) viene percepito come qualcosa di impuro. Lavorare per i soldi sembra volgare. Fare compromessi sembra tradire i principi. La versione ideale di sé, quella che esiste perfetta e intatta nella testa, è troppo preziosa per essere contaminata dalla realtà.

Ma nessuna versione ideale di noi esisterà mai nel mondo, perché le versioni ideali esistono solo nella testa. L’integrazione, per questa persona, richiede esattamente quello che sente come degradante: entrare nel disordine. Accettare che si può fare una cosa imperfetta e che vale comunque.

In entrambi i casi il percorso richiede di “abbassarsi” a qualcosa. Per una, abbassarsi significa toccare la propria vulnerabilità. Per l’altra, abbassarsi significa toccare il mondo reale. In entrambi i casi quella cosa che sembra una perdita è in realtà la chiave.

Jung chiamava questo processo coniunctio (l’unione degli opposti) e lo intendeva come l’atto di tenere insieme forze che si contraddicono senza lasciar vincere nessuna delle due, per permettere alla complessità di esistere.

Essere integrati significa poter piangere ed essere determinati. Credere nel mistero ed esigere rigore. Essere aperti ed avere confini. Lavorare sul corpo e lavorare sulla mente. Stare nel presente e avere una visione.

È un processo continuo, ma è quello che produce persone reali, non personaggi da social media.

Il mio punto di vista

Molti mi chiedono qual è il segreto della mia serenità, e io rispondo sempre non c’è nessun segreto, ma documentandomi per scrivere questo articolo ho realizzato che la vita mi ha portata ad integrare perfettamente queste due parti della psiche.

Medito da una vita e al contempo mi vaccino ogni anno. Mi fido della scienza e ascolto il mio medico, ma non ho paura di fargli domande se qualcosa non mi è chiaro.

Oltre a occuparmi di Zen Academy ho un lavoro pratico, che non ha niente a che fare con la meditazione e che mi piace proprio per questo.

Prendo decisioni difficili. Litigo quando è necessario. Conosco il valore dei soldi.

Non mi vesto come “dovrebbe” vestirsi un’insegnante di meditazione, e l’idea che esista un abbigliamento obbligatorio per chi pratica mi fa sorridere.

E allo stesso tempo: mi interessano il buddismo zen, la neuroscienza, la psicologia, i sogni, la legge di attrazione. Credo profondamente che ci sia qualcosa nell’essere umano che va oltre la spiegazione meccanica. Che il corpo sappia cose che la mente razionale non sa ancora formulare.

Non sento contraddizione tra queste cose. Le sento come parti di una persona intera.

Ho costruito Zen Academy esattamente con questa filosofia: non come rifugio dalla realtà, ma come strumento per stare meglio nella realtà.

Non so se arriveremo mai ad un equilibrio collettivo. Gli squilibri di cui parla Jung tendono ad essere lenti e ciclici. Ma vedo qualcosa muoversi nei commenti, nelle conversazioni, nelle domande che mi arrivano: sempre più persone sono stanche degli estremi.

Il pendolo sta tornando al centro, forse. E ogni persona che sceglie di integrare le sue parti opposte invece di scegliere un polo fa una differenza reale: prima di tutto per se stessa, poi per le persone intorno a lei. Come ripeto spesso, lavorare su noi stessi significa lavorare su un mondo migliore.

Lettura consigliata

Jung, C.G. (1951). Aion: Researches into the Phenomenology of the Self. Princeton University Press. (Fonte principale sui concetti di anima e animus e i loro stadi di sviluppo.)

Jung, E. (1957). Animus and Anima. Spring Publications. (Saggio originale del 1931, tradotto in inglese. Fonte primaria per la distinzione tra principio maschile e femminile come principi psichici indipendenti dal genere biologico.)

Jung, C.G. (1960). The Structure and Dynamics of the Psyche. Princeton University Press. (Per il concetto di enantiodromia e costellazione psichica.)

Jung, C.G. (1963). Mysterium Coniunctionis. Princeton University Press. (Per il concetto di coniunctio come unione degli opposti.)

Welwood, J. (2000). Toward a Psychology of Awakening. Shambhala Publications. (Fonte per il concetto di spiritual bypassing.)

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Kira Vanini

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