Ci sono momenti in cui ci osserviamo dall’esterno e pensiamo: “ecco, l’ho fatto di nuovo”.
Magari abbiamo reagito a un commento del partner con una rabbia sproporzionata, oppure abbiamo accettato l’ennesimo carico di lavoro pur sapendo che ne avremmo pagato il prezzo. Forse abbiamo procrastinato un progetto a cui tenevamo davvero, o ci siamo ritirati da una relazione proprio mentre stava diventando significativa.
Il meccanismo si ripete. Lo riconosciamo. Ci ripromettiamo che la prossima volta sarà diverso. E quando arriva la prossima volta eccoci di nuovo lì, a fare esattamente la stessa cosa. A questo punto arriviamo spesso alla conclusione più semplice e più scoraggiante: “sono fatto così”.
E se non fosse vero? Se quello che chiamiamo “carattere” non fosse un blocco di pietra, ma un insieme di programmi installati così in profondità da sembrare la nostra essenza?
La filosofia indiana ha un nome preciso per questi programmi: si chiamano samskara.
È un concetto che ha più di duemila anni e che le neuroscienze contemporanee stanno riscoprendo con un livello di precisione sorprendente. In questa guida proviamo a capire cosa sono i samskara, come si formano, perché tendono a dominarci e, soprattutto, come possiamo trasformarli.
Cosa intendiamo per “personalità” in Occidente?
In Occidente trattiamo la personalità come un insieme stabile di tratti che ci definiscono nel tempo: una persona è introversa, ansiosa, perfezionista. È una concezione che ci accompagna nel linguaggio quotidiano e che la psicologia accademica ha codificato in un modello dominante, quello dei cosiddetti Big Five.
Sviluppato negli anni ’80 e ’90, il modello dei Big Five misura la personalità lungo cinque dimensioni:
- nevroticismo
- estroversione
- apertura all’esperienza
- amichevolezza
- coscienziosità
Questi tratti sono costanti, replicabili tra culture diverse, e relativamente stabili nel corso della vita adulta.
È un modello potente e ha avuto un enorme successo. Ma soffre di un limite fondamentale: descrive senza spiegare.
Sapere che una persona ha un alto livello di nevroticismo ci dice poco su come quel nevroticismo si sia formato, in quali contesti specifici si attivi, quali “ingranaggi” lo mantengano in funzione. È come avere la fotografia di una macchina senza il manuale che spiega come si è costruita e come si potrebbe smontare.
Ed è proprio questa la domanda che vogliamo porci. Cosa c’è dentro a un tratto di personalità? Quando diciamo che siamo “ansiosi di natura”, a cosa ci stiamo riferendo davvero? Esiste un livello più profondo, più granulare, che ci permette di entrare nella “scatola nera” del carattere e capire come funziona davvero?
Le tradizioni contemplative dell’India, millenni prima che la psicologia esistesse come disciplina, avevano elaborato una risposta sorprendentemente precisa.
Cosa sono i samskara?

I samskara sono le impronte mentali che ogni esperienza, scelta, emozione e reazione lascia nella nostra mente. Non sono ricordi consapevoli, ma tendenze profonde che modellano silenziosamente il modo in cui percepiamo, sentiamo e agiamo nel mondo.
Quello che chiamiamo “carattere”, da questa prospettiva, è la somma dei samskara dominanti in un determinato momento della nostra vita.
Possiamo immaginarli come solchi che si formano nella sabbia umida quando l’acqua scorre ripetutamente nello stesso punto. Più l’acqua passa, più il solco si approfondisce. Dopo un certo numero di passaggi, l’acqua non può più fare altrimenti: scorrerà sempre lì, automaticamente, anche quando preferirebbe andare altrove. I samskara sono i solchi della nostra mente.
Da dove viene la parola “samskara”?
Il termine samskara deriva dal sanscrito e si compone di due radici: sam (insieme, completamente) e kṛ (fare, formare). Letteralmente significa “ciò che è stato messo insieme”, “ciò che è formato”. È un concetto che indica al tempo stesso il processo che produce un’impronta e l’impronta stessa che ne risulta.
Nella filosofia dello yoga c’è un secondo termine, strettamente collegato: vasana. Le vasana sono le tendenze più persistenti, quelle che “dimorano” nella mente come un profumo che resta nell’aria anche dopo che chi lo indossava è uscito dalla stanza.
Se il samskara è la singola impronta, la vasana è la traccia complessiva che molte impronte simili lasciano accumulandosi.
E poi ci sono le vrtti, le onde superficiali della coscienza: i pensieri, le emozioni, le reazioni che continuamente attraversano la mente.
Patanjali, nel testo che codifica lo yoga, scrive che lo yoga è proprio la cessazione di queste onde (yogaś citta-vṛtti-nirodhaḥ). Ma le onde non sono il problema vero: sono solo la manifestazione superficiale dei samskara sottostanti che le generano. Lavorare sui samskara significa risalire dalla superficie ondosa alla causa profonda.
Quali caratteristiche hanno i samskara?
I samskara hanno sei caratteristiche operative che ricorrono trasversalmente nelle tradizioni indiane e che ci aiutano a riconoscerli quando si attivano:
- Sono attivati da trigger esterni congruenti con la situazione che li ha originati. Un certo tono di voce, un determinato sguardo, una scena familiare possono “accenderli” in un istante.
- Conservano l’età emotiva del momento in cui si sono formati. Un samskara nato a quattro anni produce reazioni di un bambino di quattro anni, anche se a reagire è una donna adulta di quarantacinque.
- Trasportano la mente in uno stato emotivo passato, sostituendo la valutazione presente con un copione preregistrato.
- Sono internamente logici e coerenti. Quando un samskara si attiva, non ci sentiamo irrazionali: il samskara genera la sua razionalità, le sue giustificazioni, la sua narrazione plausibile.
- Producono reazioni inappropriate al contesto presente, anche se sembrano perfettamente sensate dall’interno.
- Sono responsabili sia di tratti negativi sia di tratti positivi. La generosità è un samskara quanto l’irritabilità. La capacità di concentrarsi è un samskara quanto la tendenza a sabotarsi.
Quest’ultimo punto è essenziale e va sottolineato: il samskara non è una patologia. È il meccanismo stesso per cui qualsiasi tratto stabile della personalità può esistere.
Il problema non è avere samskara, perché è impossibile non averne. Il problema è quali samskara dominano la nostra vita, e se questi servono o ostacolano la persona che vogliamo essere oggi.
Cosa dice la filosofia indiana sul “carattere”?
La filosofia indiana, nelle sue diverse correnti, è arrivata a una conclusione condivisa: quello che chiamiamo “carattere” è il prodotto di un condizionamento, non un’essenza immutabile.
Yoga, vedanta e buddismo, partendo da angolazioni diverse, convergono tutti su questo punto. E ciascuno di questi sistemi offre uno strumento di analisi diverso per smontare il meccanismo.
Cosa insegna lo Yoga Sutra di Patanjali?
Lo Yoga Sutra di Patanjali (composto tra il II e il IV secolo d.C.) descrive i samskara come il motore nascosto della sofferenza ripetuta. Patanjali spiega un meccanismo che oggi chiameremmo circolare: dalle afflizioni di base (i klesha: ignoranza, egoismo, attaccamento, avversione, paura della morte) nascono samskara, che spingono ad agire, e ogni azione deposita nuovi samskara nella mente, alimentando il ciclo.
Nel quarto capitolo del testo, Patanjali afferma qualcosa di rivoluzionario per l’epoca: memoria e samskara sono identici per natura.
Quello che chiamiamo “ricordo” non è solo l’episodio che ricordiamo, ma la traccia che quell’esperienza continua a produrre nella nostra mente, anche a distanza di anni o decenni. È una visione della memoria che le neuroscienze del Novecento hanno faticato non poco a raggiungere.
La Bhagavad Gita arriva ad affermare in un passaggio celebre (3.33) che persino il saggio agisce secondo la propria natura condizionata, e che la pura repressione del carattere non porta da nessuna parte.
Quello che porta da qualche parte è invece il riconoscimento che lo svabhava (il carattere) non è lo svarupa (l’essenza).
Quando capiamo questa distinzione, qualcosa di profondo cambia: l’auto-sabotaggio non è più “chi siamo”, è “ciò che facciamo per abitudine”. E le abitudini, a differenza dell’essenza, possono essere modificate.

Come legge il buddismo questa stessa realtà?
Il buddismo theravada lavora sullo stesso terreno con un’altra lente: i samskara (in pali sankhara) sono il quarto dei cinque aggregati che, secondo il Buddha, costituiscono ciò che chiamiamo “persona”.
Insieme alla forma corporea, alla sensazione, alla percezione e alla coscienza, le formazioni mentali compongono l’esperienza umana. Ma il samskara è l’aggregato più dinamico: è il motore reattivo, quello che produce volizioni, intenzioni, abitudini.
Il Buddha ha aggiunto un elemento operativo che gli altri sistemi avevano lasciato implicito: il punto preciso in cui possiamo intervenire. Nella catena di dodici anelli che descrive come si genera la sofferenza (il paticca-samuppada), c’è un anello particolare chiamato vedana: la sensazione fisica grezza che precede ogni reazione mentale. Tra la sensazione e la reazione esiste sempre una piccolissima soglia di libertà.
Il maestro contemporaneo S.N. Goenka, che ha portato la meditazione vipassana in Occidente, ha enfatizzato proprio questo punto: se osserviamo la sensazione con equanimità, senza scattare subito in preda a una reazione, il samskara che stava per attivarsi non si rinforza. Anzi, si esaurisce. È il fondamento operativo di una delle pratiche meditative più antiche e meglio studiate al mondo, e ne riparleremo più avanti.
La psicologia occidentale conferma l’esistenza dei samskara?
La psicologia occidentale, soprattutto nell’ultimo mezzo secolo, è arrivata in modo indipendente a conclusioni straordinariamente simili a quelle della tradizione indiana.
Non usa la parola “samskara”, ovviamente, ma descrive lo stesso fenomeno con altri nomi: schemi maladattivi precoci, modelli operativi interni, memoria implicita, traumi del corpo. La sovrapposizione concettuale è tale che, a tratti, la sorpresa è scoprire quanto poco abbiamo aggiunto in venti secoli.
Cosa sono gli schemi maladattivi precoci?
Gli schemi maladattivi precoci sono pattern emotivi e cognitivi che si formano nell’infanzia o nell’adolescenza in risposta a bisogni emotivi non soddisfatti, e che continuano a influenzare profondamente la vita adulta.
Sono stati identificati e descritti negli anni ’90 dallo psicoterapeuta statunitense Jeffrey Young, che lavorando con pazienti resistenti alla terapia cognitivo-comportamentale classica si rese conto che alcuni nodi non si scioglievano lavorando solo sui pensieri di superficie.
Young ha individuato 18 schemi raggruppati in cinque grandi domini, e ha sviluppato attorno a essi un approccio terapeutico chiamato Schema Therapy.
Ne esistono molti: lo schema di abbandono (“le persone che amo finiranno per andarsene”), di sfiducia (“verrò ferito”), di deprivazione emotiva (“nessuno capirà davvero i miei bisogni”), di inadeguatezza (“c’è qualcosa di sbagliato in me”), di standard severi (“devo essere perfetto o non valgo nulla”), e così via.

La sovrapposizione con il concetto di samskara è quasi letterale. Gli schemi si formano precocemente, sono attivati da trigger congruenti, riportano la persona a uno stato emotivo passato (Young parla esplicitamente di una “modalità bambino vulnerabile” che riemerge), sono internamente coerenti, generano reazioni inappropriate al contesto presente e tendono ad auto-rinforzarsi.
La differenza? Young ci è arrivato attraverso la pratica clinica con pazienti adulti. Patanjali ci era arrivato millenovecento anni prima.
Perché il corpo ricorda anche quando la mente dimentica?
Perché esiste una forma di memoria che non passa per le parole: la memoria implicita, che si deposita nei circuiti automatici del corpo e del sistema nervoso senza bisogno di una narrazione consapevole. È il motivo per cui possiamo “sapere” qualcosa nel nostro corpo, anche quando la nostra mente non riesce a ricostruire il ricordo episodico che lo ha generato.
Le neuroscienze cognitive distinguono chiaramente due tipi di memoria.
La memoria esplicita è quella di cui siamo consapevoli: i ricordi che possiamo raccontare, i fatti che sappiamo. Dipende soprattutto dall’ippocampo e dalle aree frontali del cervello.
La memoria implicita, invece, è procedurale e automatica: include le abitudini, i condizionamenti, le risposte emotive radicate, il modo in cui il nostro corpo “sa” andare in bicicletta o reagire a un certo tono di voce. Vive nei gangli della base, nel cervelletto, nell’amigdala.
I samskara abitano questo secondo territorio. È il motivo per cui non basta “capire” intellettualmente di non dover reagire in un certo modo: la comprensione opera nel registro esplicito, mentre il samskara è inscritto in quello implicito.
Lo psichiatra olandese Bessel van der Kolk, nel suo lavoro pionieristico sul trauma raccolto nel libro Il corpo accusa il colpo, ha mostrato che le esperienze traumatiche vengono immagazzinate prevalentemente come memoria implicita: sensazioni, reazioni autonomiche, schemi sensori-motori che non hanno una narrazione coerente associata.
Ed è esattamente per questo che il trauma resiste agli interventi puramente verbali, e perché può essere riattivato da stimoli minimi e apparentemente non collegati. Il corpo accusa il colpo perché è il corpo, non la mente raziocinante, a custodire il samskara.
Come si costruisce un samskara?
Il cervello costruisce i samskara attraverso la plasticità neurale: ogni esperienza ripetuta modifica fisicamente le connessioni tra i neuroni, scolpendo nel tessuto cerebrale i pattern che chiameremo poi “carattere” o “abitudini”. Le neuroscienze degli ultimi settant’anni hanno mappato con grande precisione i meccanismi di questo processo, e la convergenza con la teoria dei samskara è notevole.
Perché si dice che “i neuroni che si attivano insieme si connettono insieme”?
Perché è il principio fondamentale dell’apprendimento neurale, formulato dallo psicologo canadese Donald Hebb nel 1949: ogni volta che un gruppo di neuroni si attiva contemporaneamente, le sinapsi che li collegano si rafforzano, rendendo più facile riattivare quel pattern in futuro.
È il substrato fisico di ogni samskara. Una reazione emotiva ripetuta in un certo contesto crea un “sentiero” neurale: la prossima volta che il contesto si presenta, l’attivazione scorrerà più facilmente lungo quel sentiero.
Ripetuta migliaia di volte nell’infanzia, la reazione diventa quasi automatica, un programma installato che si attiva senza bisogno del nostro consenso. Per approfondire, ti consiglio la lettura della guida sulla psicologia vedica.
Perché le nostre abitudini diventano automatiche?
Perché vengono “compresse” dal cervello in pacchetti pre-confezionati che non richiedono più supervisione cosciente. La neuroscienziata Ann Graybiel del MIT ha mostrato che, una volta che un comportamento è diventato abituale, non viene più rappresentato come sequenza dettagliata di passaggi, ma come un blocco unico che inizia con il trigger e finisce con l’esito.
Il processo avviene nei gangli della base, una regione cerebrale profonda specializzata nel trasformare azioni intenzionali in automatismi. È esattamente la fenomenologia del samskara attivato: il programma si avvia, si autocompleta e ci ritroviamo a fine corsa, magari sorprese di aver detto o fatto qualcosa che non avevamo deciso consapevolmente.
Il cervello fa davvero previsioni continue?
Sì, secondo uno dei paradigmi più rivoluzionari delle neuroscienze contemporanee, il cosiddetto predictive coding: il cervello non registra passivamente la realtà, ma genera previsioni continue su cosa stia per accadere e aggiorna i propri modelli quando le previsioni risultano sbagliate.
Queste previsioni si appoggiano su quelli che i neuroscienziati chiamano prior, credenze precedenti su come dovrebbe essere il mondo. Più un prior è stato confermato in passato, più peso avrà nel determinare la percezione presente.
Chi è cresciuto con un genitore imprevedibile interpreterà il silenzio del partner come abbandono. E chi è stato umiliato si sentirà disprezzato anche da uno sguardo neutro. Chi ha imparato che esprimersi è pericoloso si bloccherà in riunione anche quando ha qualcosa di importante da dire.
La realtà attuale viene letta attraverso le lenti di esperienze che potrebbero essere accadute trent’anni fa. È una definizione neurale di una verità antica.
Come si manifestano i samskara quando ci auto sabotiamo?
I samskara ci sabotano quando i programmi che si sono installati per proteggerci dal dolore passato entrano in conflitto con la persona che vogliamo essere oggi.
È il fenomeno paradossale per cui sappiamo cosa vorremmo fare (lasciare quel lavoro tossico, parlare in pubblico, aprirci a una nuova relazione) ma qualcosa dentro di noi continua a remare nella direzione opposta. È il sistema che fa esattamente ciò per cui è stato programmato, mantenere lo status quo emotivo familiare.

Quali sono i cinque samskara più comuni dietro l’auto-sabotaggio?
Lo psichiatra Alok Kanojia ha proposto una tassonomia operativa di cinque samskara che ricorrono con grande frequenza nei pazienti con blocchi esistenziali e tendenze autodistruttive.
Vale la pena elencarli, perché riconoscersi in uno di questi è il primo passo del lavoro:
- “Il mio valore dipende dalla mia performance”: l’amore e l’accettazione sono stati condizionati al risultato. Ci spinge a un perfezionismo logorante o, all’opposto, alla paralisi davanti a qualsiasi prova.
- “Meglio non provarci, così non posso fallire”: l’aspettativa di fallimento è così radicata che evitare diventa più sicuro che tentare. È il classico meccanismo del self-handicapping.
- “Mi rifugio nella fantasia quando soffro”: una strategia evitante che protegge dal dolore presente ma intrappola nella ruminazione, nel sogno a occhi aperti, nei “se” e nei “ma” che rimandano l’azione.
- “È tutta colpa mia / è tutta colpa loro”: il samskara della punizione, in versione auto-diretta (mi devo punire) o etero-diretta (covo rancore).
- “Sono in ritardo, devo recuperare, ma non basterà mai”: il senso cronico di inadeguatezza che nessun risultato riesce a colmare.
Riconoscersi in uno o più di questi è solo l’inizio: ogni samskara ha la sua storia, il suo trigger, la sua età emotiva di formazione, il suo programma di reazione.
Come i samskara minano le nostre relazioni
I samskara minano le nostre relazioni attraverso un meccanismo crudele: ci portano a creare proprio le condizioni che temiamo di più, confermando così le aspettative negative che li alimentano. È il fenomeno che la psicologia chiama profezia auto-avverante, e che nelle relazioni intime emerge con particolare evidenza.
Una ricerca recente di Peel e colleghi ha portato allo sviluppo di una scala di misurazione del sabotaggio relazionale, identificando tre fattori principali: uno stile di attaccamento insicuro (ansioso o evitante), la paura dell’intimità o del rifiuto che attiva strategie difensive disadattive, e la mancanza di modelli relazionali positivi nell’infanzia. Sono i tre ingredienti standard di un samskara relazionale negativo.
A questi si aggiunge un fenomeno trasversale, studiato dal gruppo di Fimiani e colleghi: la sindrome dell’impostore, quella sensazione persistente di non meritare i propri successi e di stare per essere “smascherate”.
Non è solo insicurezza: funziona come ponte tra la paura del successo e i comportamenti di auto-sabotaggio. Le tracce mnestiche che la alimentano hanno una matrice precisa, “sono amata solo se non emergo”, “il successo causa rotture relazionali”, “non merito più degli altri”, profondamente radicate in dinamiche familiari precoci.
In tutti questi casi, i samskara non agiscono come blocchi rigidi, ma come orientamenti silenziosi che curvano le nostre scelte. Ed è proprio per questo che sono difficili da disinnescare con la sola forza di volontà.
Come si “digerisce” un samskara negativo?
“Digerire” un samskara significa portarlo a consapevolezza, attraversarlo emotivamente fino in fondo, e permettergli di dissolversi invece di continuare a evitarlo o a reagirvi automaticamente. Non si tratta di sopprimerlo, né di analizzarlo intellettualmente: si tratta di metabolizzarlo, come il corpo metabolizza il cibo, trasformandolo da blocco indigesto a esperienza integrata.
Quali passi servono per lavorare su un samskara?
Il lavoro su un samskara segue una sequenza in cinque passi condivisa dalle tradizioni indiane e ripresa anche da alcuni approcci psicoterapeutici contemporanei. Ecco come si articola nella pratica:
- Identificare il samskara osservando il proprio stato emotivo interno. Quale pattern emotivo si ripete? In quali contesti scatta sempre la stessa reazione, anche quando “sappiamo” che non è proporzionata?
- Riconoscerlo nel presente attraverso i segnali del corpo. Tensione mascellare, respiro corto, contrazione allo sterno, calore al viso: il corpo si accorge per primo che il samskara si sta attivando.
- Esplorare la sua storia: dove abbiamo già provato questa stessa sensazione? Quando l’abbiamo sperimentata per la prima volta? La maggior parte dei samskara emotivi importanti si forma prima dei dodici anni, spesso prima dei sette.
- Esaminare cosa è successo a quelle emozioni nel passato. Sono state metabolizzate, o si sono “addormentate” senza essere mai davvero processate?
- Richiamare quelle emozioni nel presente con consapevolezza e osservarle finché non si dissolvono. È il passaggio più impegnativo, ma è quello che produce il vero cambiamento.
Questo processo può essere fatto da soli, attraverso la meditazione e la scrittura riflessiva, ma per i samskara più radicati (specialmente quelli legati a traumi infantili severi) il supporto di un professionista qualificato è spesso indispensabile.
Un percorso terapeutico mirato come la Schema Therapy, l’EMDR, o le terapie sensorimotorie può accompagnare il lavoro meditativo entrando nei contenuti specifici dei nostri samskara.
Cosa fa la meditazione vipassana ai samskara?
La meditazione vipassana è descritta dalla tradizione del maestro S.N. Goenka come una tecnica specificamente progettata per dissolvere i samskara, e le neuroscienze stanno iniziando a documentare il suo funzionamento. Il principio operativo è semplice ma profondo: si addestra l’attenzione a percepire le sensazioni sottili del corpo, e si osserva ogni sensazione (piacevole, spiacevole o neutra) senza reagire, mantenendo equanimità.
Senza la reazione abituale, il samskara che stava per attivarsi non si rinforza. E in più, samskara più profondi emergono progressivamente in superficie, dove possono essere osservati e dissolti. In termini neuroscientifici, questo corrisponde a un’estinzione del condizionamento: lo stimolo non è più seguito dalla risposta abituale, e il legame stimolo-risposta si indebolisce.
Uno studio EEG di Andreu e colleghi ha mostrato che chi pratica la meditazione vipassana presenta una maggiore inibizione delle risposte automatiche rispetto a controlli equiparati per esercizio fisico. È una conferma sperimentale di un’ipotesi vecchia di duemilacinquecento anni: l’osservazione equanime delle sensazioni indebolisce gli automatismi mentali.

La meditazione cambia davvero la personalità?
Sì, e l’evidenza è più solida di quanto si potrebbe pensare. Una meta-analisi del 2025 condotta da Almenräder e colleghi ha sintetizzato gli studi su mindfulness e cambiamento di tratti della personalità, arrivando a conclusioni significative: la pratica meditativa regolare produce una riduzione del nevroticismo (la tendenza a provare emozioni negative) e un aumento di coscienziosità e amichevolezza.
Il dato più robusto è quello sul nevroticismo, replicato anche in un trial randomizzato norvegese durato sei anni su studenti di medicina e psicologia. In termini concreti: chi pratica meditazione regolarmente diventa, nel medio-lungo periodo, meno reattivo emotivamente, meno ruminante, meno ansioso. È esattamente il profilo che ci si aspetterebbe se i samskara reattivi venissero progressivamente disattivati.
E qui possiamo unire i puntini.
La tradizione yogica ci dice da millenni che la meditazione “brucia” i samskara accumulati. Le neuroscienze ci dicono che la pratica regolare riduce la reattività dell’amigdala, aumenta la connettività tra prefrontale e regioni emotive, e ammorbidisce l’iperattività del Default Mode Network (la rete cerebrale del “narratore” interno che rumina, anticipa, ricostruisce).
Stanno descrivendo lo stesso fenomeno con due vocabolari diversi.
Si possono “impiantare” samskara positivi?
Sì, e la tradizione yogica ha sviluppato per questo una tecnica precisa: la combinazione di yoga nidra (uno stato di rilassamento profondo guidato) e sankalpa (una breve intenzione formulata in prima persona).
Il principio è simmetrico a quello con cui si formano i samskara negativi: come un’esperienza intensa lascia un’impronta profonda nella mente, così un’intenzione consapevole, “seminata” in uno stato mentale particolarmente recettivo, può produrre un’impronta altrettanto duratura ma di segno opposto.
Come funzionano yoga nidra e sankalpa?

Yoga nidra (letteralmente “yoga del sonno”) è una pratica di rilassamento guidato che induce uno stato ibrido tra veglia e sonno. Il corpo è completamente rilassato come durante il sonno profondo, ma la coscienza rimane vigile.
È in questo stato particolare che la mente diventa straordinariamente recettiva.
Il sankalpa è la frase che si “semina” in questo terreno fertile. Si formula una sola volta, in prima persona, al presente affermativo, in modo breve e potente, e la si ripete tre volte all’inizio e tre volte alla fine della pratica yoga nidra. Ad esempio: “Sono calmo e centrato”. “Realizzo il mio scopo nella vita”. “Sono degno di amore”. Non è un obiettivo lontano da raggiungere, ma una verità presente che vogliamo radicare in profondità.
Un opinion paper del 2025 ha proposto di leggere il sankalpa come una forma di ristrutturazione cognitiva, simile alle istruzioni positive usate nella terapia cognitivo-comportamentale, ma più potente perché impiantata in uno stato di apertura e suggestività profonde.
In uno stato in cui la mente è focalizzata e silenziosa, il messaggio bypassa le difese della mente superficiale e si imprime negli strati più profondi della coscienza. Funziona in entrambe le direzioni: per i samskara negativi, che si imprimono involontariamente nei momenti di intensità emotiva, e per i samskara positivi, che possiamo invece impiantare con intenzione.
Uno studio pubblicato su Current Psychology ha mostrato che anche solo undici minuti di yoga nidra praticati con costanza producono miglioramenti significativi su stress, sonno e benessere già a un mese di distanza. È uno strumento accessibile, gratuito, e supportato sia da una lunga tradizione sia da un crescente corpo di evidenze scientifiche.
La personalità è un destino o una pratica?
La personalità è una pratica, non un destino.
È la conclusione su cui convergono, da angolazioni completamente diverse, la sapienza più antica e le neuroscienze più recenti. Quello che chiamiamo “carattere” non è un blocco di pietra scolpito una volta per tutte, ma una costellazione dinamica di tracce che continua a formarsi, momento per momento, attraverso le esperienze che viviamo, le emozioni che attraversiamo e le reazioni che scegliamo (o non scegliamo) di avere.
Ogni esperienza ripetuta scolpisce circuiti neurali. Ogni reazione automatica deposita un samskara. Ma anche il contrario è vero: ogni meditazione svuota un po’ i vecchi serbatoi e installa uno strato sottile di consapevolezza nei circuiti. Ogni intenzione consapevole, ripetuta in stato di apertura, può modificare la traiettoria.
Il samskara più importante che possiamo coltivare è forse proprio questo: il riconoscimento che non siamo i nostri traumi.
Quando un automatismo si attiva, possiamo ancora scegliere di osservarlo invece di seguirlo. Non sempre ci riusciremo, ma ogni volta che ci riusciamo stiamo letteralmente riscrivendo qualcosa nella nostra struttura più profonda. Stiamo costruendo chi vogliamo essere.
La personalità è quello che stiamo facendo, momento per momento, con il nostro cervello plastico e con la nostra mente attenta. E questo è probabilmente il pensiero più liberatorio che la convergenza tra Oriente e Occidente ci offre.
Letture consigliate
- Editore: Raffaello Cortina Editore
- Autore: Bessel Van der Kolk , M. S. Patti , A. Vassalli , S. Francavilla
- Collana: Conchiglie
- Formato: Libro in brossura
- Anno: 2015
Tutte le affermazioni scientifiche di questo articolo sono supportate da ricerche pubblicate. Per chi volesse approfondire:
Fonti tradizionali
- Patanjali, Yoga Sutra, II.10-15 e IV.7-11. Edizione italiana di riferimento: Yoga Sutra di Patanjali, a cura di Federico Squarcini e Daniele Cuneo, Einaudi, 2015.
- Bhagavad Gita, 3.33 e 18.41-44. Edizione italiana: Bhagavadgita, traduzione di Stefano Piano, Edizioni San Paolo, 1994.
- Bhikkhu Bodhi, In the Buddha’s Words: An Anthology of Discourses from the Pali Canon, Wisdom Publications, 2005.
- S.N. Goenka, L’arte di vivere: la meditazione vipassana, Ubaldini, 1999.
Studi neuroscientifici e psicologici
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