Quando ci sediamo a meditare, raramente ci chiediamo come sia arrivata fino a noi questa pratica. Chiudiamo gli occhi, seguiamo il respiro, e diamo per scontato che sia sempre stato così: un gesto semplice, aperto a chiunque.
Ma la storia racconta qualcosa di diverso. Per secoli, in quasi tutte le tradizioni contemplative del mondo, le donne sono state escluse dalla pratica meditativa formale. Bandite dai monasteri, cancellate dai testi, considerate spiritualmente inferiori. Intere montagne sacre erano loro vietate. Lignaggi monastici femminili, fioriti per centinaia di anni, sono stati lasciati morire senza possibilità di restauro.
Eppure, in ogni epoca, ci sono state donne che hanno praticato comunque. Alcune in segreto, altre sfidando apertamente le istituzioni.
E nel secolo scorso, tre donne in particolare hanno cambiato le regole del gioco.
Le loro storie ci riguardano direttamente, perché ogni volta che ci sediamo a meditare stiamo continuando qualcosa che queste donne hanno reso possibile.
Una storia di porte chiuse
La storia dell’esclusione delle donne dalla meditazione inizia, paradossalmente, con un atto di inclusione.
Nel V secolo a.C., Mahāpajāpatī Gotamī (zia e madre adottiva del Buddha) fu la prima donna a chiedere l’ordinazione monastica. Il Buddha la rifiutò tre volte.
Fu solo quando il suo attendente Ānanda gli chiese direttamente “Signore, le donne sono capaci di realizzare i vari stadi della santità?” che il Buddha rispose di sì e acconsentì all’ordinazione.
Ma l’inclusione arrivò con un prezzo: otto regole speciali (i garudhammas) che stabilivano la subordinazione perpetua delle monache rispetto ai monaci. Una monaca ordinata da cent’anni doveva inchinarsi davanti a un monaco ordinato quel giorno stesso.
Numerosi studiosi contemporanei, tra cui Bhikkhu Anālayo e Bhikkhunī Kusuma, contestano l’autenticità di queste regole, evidenziando contraddizioni interne e variazioni significative tra le diverse versioni dei testi.
Nonostante le restrizioni, le prime monache buddiste ci hanno lasciato qualcosa di straordinario: la Therīgāthā, una raccolta di 73 poemi nel Canone Pāli. È la prima raccolta conosciuta di letteratura femminile al mondo.
In questi versi, donne come Vijaya, Subhā e la stessa Mahāpajāpatī raccontano le loro esperienze di illuminazione con una potenza che, a distanza di venticinque secoli, toglie ancora il fiato. Eppure, la tradizione successiva le dimenticò progressivamente.
La tradizione vedica
E non fu solo il buddismo. Nella tradizione vedica, le donne avevano inizialmente un ruolo attivo nella vita spirituale: il Rig Veda menziona più di trenta donne veggenti (le rishikā), ed è l’unica scrittura sacra al mondo in cui verità divine sono rivelate anche a donne.
Nelle Upaniṣad, la filosofa Gārgī Vāchaknavī sfidò pubblicamente il grande saggio Yājñavalkya in un dibattito sulla natura della realtà, in quella che è una delle prime testimonianze di una donna filosofa nella storia.
Ma questa inclusività fu gradualmente cancellata: le Leggi di Manu (tra il II secolo a.C. e il III d.C.) limitarono drasticamente l’accesso delle donne allo studio e alla pratica spirituale autonoma.
Il buddismo
Nel buddismo, la situazione peggiorò ulteriormente. Nell’XI secolo, l’invasione dei Chola distrusse tutti i monasteri in Sri Lanka, e con essi l’ultimo lignaggio femminile Theravāda sopravvissuto.
Poiché servivano almeno dieci monache ordinate per ordinarne una nuova, la catena si spezzò in modo apparentemente irreparabile. Per quasi mille anni, le donne buddiste Theravāda furono confinate alla vita laica.
In Giappone, dove nel VII secolo si contavano quasi seicento monache, si arrivò a vietare alle donne l’accesso a intere montagne sacre (una pratica chiamata nyonin kekkai).
Persino la terminologia contribuì alla cancellazione: quando si decise di chiamare il monaco “sō” e la monaca “nisō”, le donne divennero gradualmente invisibili nella documentazione storica.
Le voci che non si sono spente
Sarebbe facile leggere questa storia come una sconfitta, ma in ogni tradizione e in ogni epoca ci sono state donne (e uomini) che hanno resistito.
Dōgen Zenji, fondatore della scuola Sōtō Zen nel XIII secolo, scrisse parole che suonavano rivoluzionarie allora e che lo sono ancora oggi:
“Non c’è distinzione tra uomini e donne nel raggiungere la Via.”
E aggiunse, con rara onestà: “Ci sono templi e santuari dove nessuna monaca o donna laica è ammessa. Questa pratica è diffusa da molto tempo, ma nessuno ne ha riconosciuto l’errore.”
In India, le tradizioni tantriche e Śakta recuperarono il femminile come energia essenziale per il risveglio spirituale. Il movimento Bhakti, a partire dal VII-VIII secolo, aprì spazi nuovi con figure come la poetessa mistica Mīrābāī e la santa Akkamahādevī. Erano voci potenti che la storia ha cercato di ridurre a note a margine.
Questo è il contesto da cui emergono le tre donne di cui parliamo adesso. Sono le eredi di una resistenza lunga venticinque secoli.
Dipa Ma: la meditazione esce dal monastero

Nani Bala Barua nacque nel 1911 in un villaggio del Bengala Orientale (oggi Bangladesh), in una famiglia buddista. A dodici anni fu data in sposa a un uomo che aveva il doppio della sua età. La sua istruzione si fermò alla quinta elementare.
Per oltre vent’anni cercò di avere figli, perdendone due appena nati. Quando finalmente nacque una bambina, la chiamò Dipa, che significa “luce”. Da quel momento tutti la conobbero come Dipa Ma: la madre di Dipa. Ma la luce durò poco. Perse altri due figli e, nel 1957, anche il marito.
A quarantasei anni, Dipa Ma era divorata dal dolore. Soffriva di pressione alta e problemi cardiaci. Fu un medico a dirle le parole che cambiarono tutto: “Medita, o il tuo cuore cederà.”
Dipa Ma si presentò al centro di meditazione di Mahasi Sayadaw in Birmania così debole che dovettero scortarla su per le scale. Si immerse nella pratica con una determinazione totale.
In brevissimo tempo sperimentò una trasformazione profonda: la paura e l’angoscia si dissolsero, il lutto si trasformò. Secondo la tradizione Theravāda, raggiunse il primo stadio dell’illuminazione e continuò a progredire attraverso gli stadi successivi.
Ma la vera rivoluzione di Dipa Ma non fu personale: fu il modo in cui scelse di insegnare.
La sua prima studentessa formale fu Malati Barua, una vedova che cresceva sei figli da sola. Non esattamente il profilo del praticante ideale secondo la tradizione monastica.
Dipa Ma sviluppò per lei delle pratiche che potevano essere eseguite a casa, nel mezzo della vita quotidiana. Insegnava mentre cucinava, mentre lavava i piatti. Per lei, ogni gesto era pratica.
“L’intero sentiero della consapevolezza è questo: qualunque cosa tu stia facendo, sii consapevole.”
E quando una studentessa protestava di non avere tempo:
“Se riesci a fare anche solo cinque minuti al giorno, fallo.”
Viveva in un modesto appartamento nei quartieri poveri di Calcutta e insegnava dalla sua camera da letto, una stanza significativamente senza porta.
Negli anni ’70 divenne insegnante di Sharon Salzberg, Joseph Goldstein e Jack Kornfield, che avrebbero poi fondato l’Insight Meditation Society e Spirit Rock, i due centri che hanno portato la meditazione Vipassana in Occidente.
Se oggi possiamo meditare a casa nostra, tra una lavatrice e una telefonata di lavoro, senza sentirci “meno serie” di chi pratica in un monastero, è in gran parte merito di Dipa Ma.
Tenzin Palmo: dodici anni in una grotta

Diane Perry nacque nel 1943 a Londra, figlia di un pescivendolo dell’East End. A diciotto anni, leggendo un libro preso in biblioteca sul buddismo, ebbe una certezza immediata: “Sono una buddista.” A vent’anni partì per l’India.
Lì incontrò il suo maestro, l’VIII Khamtrul Rinpoche del lignaggio Drukpa Kagyu, e divenne una delle prime donne occidentali a essere ordinata monaca buddista tibetana.
Ma la realtà nei monasteri fu dura: era l’unica donna tra centinaia di monaci uomini. Quando le fu detto che una donna non poteva raggiungere l’illuminazione, rispose con una frase che sarebbe diventata la sua dichiarazione più celebre:
“Raggiungerò l’illuminazione in forma femminile. A qualunque costo. Non importa quante vite ci vorranno.”
Nel 1976, a trentatré anni, Tenzin Palmo (questo divenne il suo nome da monaca) si ritirò in una grotta remota a quattromila metri nella regione di Lahaul, nell’Himalaya indiano. Ci rimase per dodici anni.
Le condizioni erano estreme: temperature fino a meno trentacinque gradi, neve per sei-otto mesi l’anno. Coltivava il proprio cibo e praticava la meditazione fino a dodici ore al giorno. Non si sdraiava mai per dormire: riposava seduta in una scatola di legno di circa un metro quadrato. Gli ultimi tre anni li trascorse in completo isolamento. Sopravvisse a valanghe, inondazioni e smottamenti.
Emerse dalla grotta nel 1988 e dedicò la fase successiva della sua vita a creare opportunità per le donne come lei.
Nel 2000 fondò il Dongyu Gatsal Ling Nunnery, un monastero pensato per offrire alle giovani donne l’accesso all’istruzione e alla pratica spirituale.
Si impegnò nel ripristino del lignaggio delle togdenma, un’élite spirituale femminile a lungo dimenticata. Ricoprì ruoli di primo piano in Sakyadhita (l’Associazione Internazionale delle Donne Buddhiste) e nel Committee for Bhikshuni Ordination.
Da aprile 2022, dopo decenni di insegnamento in tutto il mondo, Jetsunma Tenzin Palmo si è ritirata dai viaggi e dalle conferenze. Un archivio dei suoi insegnamenti è in fase di allestimento.
Pema Chödrön: il dolore come porta

Deirdre Blomfield-Brown nacque nel 1936 a New York, in una famiglia cattolica. Frequentò scuole prestigiose, si laureò a Berkeley in letteratura inglese e lavorò come insegnante di scuola elementare. Si sposò a ventun anni ed ebbe due figli. Ma ad un certo punto questa vita ordinata e prevedibile ebbe un crollo.
Il primo matrimonio finì quando aveva circa venticinque anni. Si risposò. Quando anche il secondo marito le rivelò di avere una relazione e di volere il divorzio, Pema sperimentò quello che ha descritto come “un grande momento senza terreno sotto i piedi”: un’esperienza di dissoluzione totale dell’identità, in cui il tempo sembrò fermarsi davvero.
La maggior parte di noi conosce quel tipo di dolore. Quello che ci svuota le gambe, che rende irriconoscibile il mondo che pensavamo di conoscere. Normalmente cerchiamo di uscirne il più in fretta possibile. Lei fece il contrario: ci entrò dentro.
Nel 1972, dopo aver letto un articolo di Chögyam Trungpa Rinpoche, iniziò a esplorare il buddismo tibetano. Nel 1974 fu ordinata monaca noviza dal XVI Karmapa con il nome Pema Chödrön.
Nel 1981 divenne la prima americana nella tradizione Vajrayāna a ricevere la piena ordinazione come bhikṣuṇī. Contribuì a fondare Gampo Abbey in Canada, il primo monastero buddista tibetano in Nord America aperto a uomini e donne occidentali.
Ma l’impatto più grande di Pema Chödrön non fu istituzionale, bensì culturale. I suoi libri (a partire da “The Wisdom of No Escape” nel 1991 e “When Things Fall Apart” nel 1997) hanno raggiunto milioni di lettori nel mondo, rendendo la meditazione accessibile soprattutto a chi ne aveva più bisogno: persone nel mezzo di una crisi, avvolte da un dolore che sembrava insopportabile.
Il cuore del suo insegnamento si può riassumere così: il dolore va attraversato, non evitato. La vera forza non è non soffrire, ma restare presenti anche quando soffriamo.
Pema ha reso popolare il concetto tibetano di shenpa (il momento in cui veniamo “agganciati” da un ciclo di pensieri negativi abituali) e la pratica del tonglen (inspirare la sofferenza, espirare compassione): un esercizio radicale che inverte il nostro impulso naturale di fuggire da ciò che fa male.
Prima di Pema Chödrön, la meditazione in Occidente aveva spesso l’immagine di una pratica per persone già serene, un lusso per chi aveva già risolto i problemi grossi. Dopo di lei, è diventata una risorsa per chiunque stia attraversando il momento più difficile della propria vita.
Il filo rosso
Dipa Ma, Tenzin Palmo e Pema Chödrön vengono da mondi completamente diversi: un villaggio del Bangladesh, l’East End di Londra, la New York borghese. Praticano tradizioni diverse (Vipassana, Kagyu tibetano, Vajrayāna). Eppure le loro storie condividono un filo rosso importante.
Tutte e tre hanno incontrato il dolore e lo hanno vissuto come punto di partenza della trasformazione. Una vedova che perde tutto. Una donna a cui viene detto che non può farcela. Un’altra a cui crolla il terreno sotto i piedi.
In tutti e tre i casi, la risposta non è stata fuggire dalla sofferenza, ma attraversarla. È un principio che il buddismo insegna da venticinque secoli (la Prima Nobile Verità: la sofferenza è la condizione della ricerca), ma queste tre donne lo hanno incarnato restando nel mezzo della vita.
E tutte e tre hanno aperto una porta che prima era chiusa.
Dipa Ma ha portato la meditazione fuori dal monastero, nelle case e nelle cucine.
Tenzin Palmo ha dimostrato che una donna può raggiungere le vette della pratica e poi tornare indietro per costruire qualcosa per le altre.
Pema Chödrön ha reso la meditazione una risorsa per chi soffre, non un privilegio per chi sta già bene.
Se ci pensiamo, è esattamente quello che molte di noi cercano: non una fuga dal quotidiano, ma un modo per starci dentro con più consapevolezza, anche quando fa male.
Lo stato delle cose (e cosa possiamo fare noi)
In Sri Lanka, oltre mille monache sono state ordinate dalla fine degli anni ’90 (rinascita del lignaggio femminile).
In Thailandia, dove fino a pochi decenni fa le donne che tentavano l’ordinazione venivano arrestate, Dhammananda Bhikkhunī ha aperto la strada a una nuova generazione di monache.
A Taiwan, le monache superano i monaci di sei a uno. E reti internazionali come Sakyadhita continuano a lavorare per il ripristino delle comunità monastiche femminili in tutto il mondo.
Ma non serve essere monache per partecipare a questa storia.
Ogni volta che ci sediamo a meditare, anche solo per cinque minuti tra una riunione e una telefonata (come diceva Dipa Ma), stiamo facendo qualcosa che per secoli è stato negato a metà dell’umanità. È una pratica concreta che cambia il nostro cervello, il nostro modo di rispondere allo stress, il nostro rapporto con il dolore.
Possiamo farlo senza chiedere il permesso, anche quando la mente ci dice che non è il momento giusto, che non siamo abbastanza brave, che non ne vale la pena.
Quelle voci le conosciamo bene. Ma conosciamo anche la risposta: sederci, chiudere gli occhi, e praticare comunque.
Letture consigliate
- Editore: Edizioni Il Punto d’Incontro
- Autore: Pema Chödrön , Fabrizio Andreella
- Collana: Uomini e spiritualità
- Formato: Libro in brossura
- Anno: 2019
- Editore: Feltrinelli
- Autore: Pema Chödrön , Raffaella Gerola
- Collana: Universale economica. Oriente
- Formato: Libro in brossura
- Anno: 2017


