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Perché alcune persone hanno un’aura speciale (e cosa c’entra la meditazione)

Tutti abbiamo incontrato qualcuno capace di cambiare l'atmosfera di una stanza senza dire una parola. Non è magia: la neuroscienza sta iniziando a spiegare cosa succede nel cervello di chi possiede una profonda stabilità interiore, e cosa c'entra la meditazione.
insegnante di meditazione con un'aura speciale vista di spalle e circondata dai suoi allievi
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Molti anni fa, durante un ritiro di meditazione, mi è capitato qualcosa che per molto tempo non sono riuscita a spiegare del tutto.

Il maestro che guidava il ritiro non era particolarmente eloquente: non aveva una voce impostata, non usava parole ricercate, né cercava di impressionare nessuno. Eppure quando entrava nella stanza succedeva qualcosa di strano: le persone smettevano di agitarsi. La sua presenza aveva un effetto calmante. Era come se dentro di sé avesse una quiete talmente solida da contagiare chi gli stava intorno.

Ne parlai con gli altri partecipanti e scoprii che non ero l’unica ad averlo notato. C’era chi lo descriveva come “un’energia particolare”, chi parlava di “magnetismo”, chi semplicemente diceva “quando lui c’è, mi sento più calma”.

Tutti abbiamo incontrato almeno una volta nella vita una persona così. Non necessariamente un maestro spirituale: a volte è un’amica, un collega, un nonno, in generale qualcuno che con la sua sola presenza cambia qualcosa di sottile, che non riusciamo a descrivere con precisione ma che riconosciamo immediatamente.

Per secoli questa qualità è stata chiamata carisma, aura, presenza, magnetismo. Le tradizioni spirituali la collegano ad una connessione profonda con il divino. La psicologia moderna ha cercato di misurarla e catalogarla, riducendola a un insieme di abilità sociali e comunicative.

Ma nessuna di queste spiegazioni, presa da sola, mi ha mai convinto del tutto. Da quasi quarant’anni pratico la meditazione e ho incontrato persone dotate di straordinarie abilità comunicative che non avevano questa qualità, così come persone silenziose, semplici, a volte persino goffe nel parlare, che la possedevano in modo inequivocabile.

Proviamo a capire cosa sia davvero questa “aura speciale”, cosa dice la neuroscienza su come la percepiamo negli altri, e soprattutto cosa ha a che fare con il nostro percorso interiore.

Il carisma non è quello che pensiamo

La parola “carisma” oggi viene usata con grande disinvoltura. Diciamo che un politico ha carisma, che un attore è carismatico, che una manager ha “quel qualcosa” che la rende convincente in riunione. In pratica associamo il carisma alla capacità di parlare bene e attirare l’attenzione.

Ma la storia originale di questa parola è molto diversa.

Il termine charisma (χάρισμα) nasce nelle lettere di San Paolo, nel I secolo dopo Cristo, e indicava un dono di origine divina: non un’abilità sociale, ma una grazia ricevuta dall’alto che conferiva autorità spirituale a chi la possedeva. Era qualcosa che non si poteva imparare, costruire o simulare. O l’avevi, perché ti era stata data, o non l’avevi.

Secoli dopo, il sociologo tedesco Max Weber riprese questo termine e lo trasformò in un concetto accademico, inserendolo nella sua teoria dell’autorità. Per Weber, figure come Gesù, Buddha e Maometto erano carismatiche non perché sapessero parlare bene in pubblico, ma perché le persone percepivano in loro qualcosa di straordinario e inspiegabile che andava oltre la tradizione e la legge.

Ma ecco cosa è successo: quando la psicologia moderna ha iniziato a studiare il carisma, ha fatto esattamente quello che fa sempre con i fenomeni difficili da misurare. Lo ha scomposto in pezzi più piccoli e gestibili, di modo da renderlo misurabile: contatto visivo, tono di voce, linguaggio del corpo, capacità di storytelling, intelligenza emotiva.

Lo psichiatra Alok Kanojia fa un’osservazione che trovo molto lucida: la ricerca moderna ha secolarizzato il carisma, rimuovendo la componente divina e spirituale che ne era l’essenza originaria. In questo processo ha guadagnato in precisione scientifica, ma ha perso qualcosa di fondamentale.

Perché il carisma che possiamo imparare a un corso di public speaking e la qualità che emanava il maestro del mio ritiro sono due cose radicalmente diverse.

Il primo è una performance, un insieme di tecniche che ci rendono più efficaci nella comunicazione. Funziona, ha il suo valore, e si può allenare. Il secondo è uno stato interiore, ovvero qualcosa che non ha bisogno di parole per essere percepito, che non segue le regole della comunicazione convenzionale, e che spesso si manifesta più nel silenzio che nel discorso.

La domanda interessante non è “come si diventa carismatici” (su questo esistono già migliaia di libri e corsi). La domanda è: come fanno certe persone a trasmettere una qualità di presenza così profonda da cambiare l’atmosfera di un intero ambiente?

La risposta, sorprendentemente, arriva dalla neuroscienza.

I circuiti empatici

Per capire come percepiamo questa qualità nelle altre persone, dobbiamo fare un breve viaggio dentro il nostro cervello. E inizia tutto con una scoperta italiana.

Nel 1992, il neuroscienziato Giacomo Rizzolatti e il suo team dell’Università di Parma stavano studiando il cervello di un macaco quando notarono qualcosa di inaspettato: certi neuroni nella corteccia premotoria della scimmia si attivavano non solo quando l’animale compiva un’azione, ma anche quando osservava qualcun altro compiere la stessa azione. Come se il cervello, guardando, facesse una sorta di simulazione interna di quello che vedeva.

Li chiamarono neuroni specchio, e la loro scoperta ha cambiato il modo in cui comprendiamo l’empatia.

Nell’essere umano questo sistema è ancora più sofisticato. Non “specchiamo” solo le azioni degli altri, ma anche le loro emozioni. Quando vediamo qualcuno sorridere, le stesse aree cerebrali che si attivano quando sorridiamo noi si accendono leggermente. Quando vediamo qualcuno soffrire, il nostro cervello simula una versione attenuata di quella sofferenza. È un meccanismo neurologico mediato in particolare dall’insula anteriore e dall’amigdala.

Questo processo si chiama contagio emotivo ed è quasi del tutto automatico e inconscio. Non decidiamo di “captare” lo stato emotivo degli altri: il nostro cervello lo fa per noi, continuamente, senza chiederci il permesso.

Ecco perché quando entriamo in un ufficio dove tutti sono tesi, ci sentiamo tesi anche noi. Ecco perché stare vicino a una persona ansiosa ci rende ansiosi. Ed ecco perché la risata è contagiosa.

cattiveria gratuita

Quando i circuiti si “confondono”

Nella vita quotidiana, i nostri circuiti empatici funzionano in base a dei copioni sociali abbastanza prevedibili. Incontriamo qualcuno e il nostro cervello lo “legge” rapidamente: questa persona è dominante, quest’altra è sottomessa, questa è nervosa, quest’altra cerca approvazione. Sono pattern che riconosciamo in modo automatico e a cui rispondiamo altrettanto automaticamente.

Ma cosa succede quando incontriamo una persona che non segue nessuno di questi copioni?

Una persona che non cerca di dominare, ma nemmeno si sottomette. Che non è nervosa, ma nemmeno artificialmente rilassata. Che non cerca la nostra approvazione, ma nemmeno ci respinge. Una persona che semplicemente è, con una stabilità interiore talmente solida da non aver bisogno di recitare nessun copione sociale.

I nostri circuiti empatici “leggono” quella stabilità e, non trovando un pattern familiare a cui agganciarsi, fanno qualcosa di insolito: si fermano. L’insula (la regione cerebrale che traduce le percezioni in risposte viscerali, quelle “sensazioni di pancia” che ci guidano nelle interazioni sociali) registra qualcosa di diverso dal solito. È qualcosa che non rientra nelle categorie abituali.

Ed è esattamente in quel momento di “sospensione” che sentiamo quella qualità che chiamiamo aura. Quella sensazione che non sappiamo descrivere ma che riconosciamo subito.

In pratica, chi possiede una profonda stabilità interiore non emette i segnali emotivi a cui siamo abituati. E il nostro sistema empatico, di fronte a questa anomalia, risponde con qualcosa che somiglia a una quiete improvvisa.

La domanda ora diventa: da dove viene quella stabilità? Come si sviluppa?

Da dove viene la stabilità

C’è un meccanismo che ho visto ripetersi molte volte negli anni, sia nella mia esperienza personale sia osservando le persone che incontro nei ritiri e nei corsi.

Le persone con quella qualità di presenza che descriviamo come “aura” raramente hanno avuto vite facili. Quasi sempre hanno attraversato periodi di crisi profonda: un lutto, un divorzio, un esaurimento nervoso, una malattia… a volte non un singolo evento, ma un accumulo lento di perdite e sconfitte.

Le tradizioni mistiche hanno un nome preciso per questo vissuto: la Notte Oscura dell’Anima.

Cos’è la Notte Oscura

Il termine viene da San Giovanni della Croce, un mistico carmelitano del Cinquecento, che scrisse un poema descrivendo il viaggio dell’anima verso l’unione con il divino. Non era un viaggio luminoso e gioioso, ma un passaggio attraverso l’oscurità totale, in cui veniamo privati di ogni consolazione (sensoriale, emotiva, persino spirituale).

San Giovanni distingueva due fasi: la notte dei sensi, in cui perdiamo l’attaccamento ai piaceri sensoriali, e la notte dello spirito, in cui perdiamo persino le consolazioni spirituali.

Ora, so cosa potreste pensare: “io non sono un mistico del Cinquecento, cosa c’entra con la mia vita?”

C’entra più di quanto immaginiamo.

Pensiamo a quei momenti in cui tutto quello su cui contavamo viene meno contemporaneamente. Il lavoro che ci definiva non c’è più. La relazione che ci dava sicurezza è finita. La salute che davamo per scontata vacilla. L’immagine di noi stessi che avevamo costruito con cura per anni si sgretola e ci ritroviamo senza appigli, senza le nostre solite strategie per “tenere tutto insieme”.

Molti di noi conoscono bene questo spazio.

La differenza tra Notte Oscura e depressione

pellegrino sotto un cielo notturno oscuro

Un punto importante: la Notte Oscura dell’Anima non è depressione, anche se dall’esterno (e a volte dall’interno) può somigliarle molto.

In un paper pubblicato su Mental Health, Religion & Culture, i ricercatori hanno identificato alcune differenze fondamentali. La depressione clinica tende a essere autocentrica: ci sentiamo intrappolati, senza via d’uscita, come in un pozzo senza fondo. La Notte Oscura è invece accompagnata da domande esistenziali: “Perché sono qui?”, “Qual è il senso di tutto questo?”, “Chi sono davvero, al di là di tutti i ruoli che ho interpretato?”

E soprattutto, la Notte Oscura è un processo dinamico. Anche nei momenti più bui, emergono barlumi di chiarezza, intuizioni improvvise, momenti di connessione inaspettata. È terribile, ma si muove.

Carl Jung riconobbe questo processo come una fase inevitabile di quello che chiamava individuazione: il confronto con la propria “ombra”, con gli aspetti di noi che abbiamo represso o negato per anni, necessario per raggiungere una vera maturità psicologica e spirituale.

Lo psicoterapeuta Thomas Moore scrisse che la Notte Oscura richiede una risposta spirituale, non solo terapeutica. Richiede la capacità di restare nel presente senza aggrapparsi al passato e senza costruirsi un’idea rigida e difensiva del futuro.

Questo non significa che la psicoterapia non serva. Se stiamo attraversando un periodo di crisi profonda, un supporto professionale è fondamentale. La dimensione spirituale e quella terapeutica non si escludono, ma si completano.

La scienza della trasformazione attraverso la crisi

Ma è possibile che una crisi profonda produca davvero una trasformazione positiva, o è solo una bella narrazione che ci raccontiamo per sopravvivere?

La risposta della scienza è sì, è possibile, e il processo ha anche un nome. Si chiama Crescita Post-Traumatica (PTG).

I ricercatori negli anni ’90 hanno documentato e misurato questo fenomeno: un cambiamento positivo significativo che emerge dalla lotta con crisi di vita importanti. Non nonostante la sofferenza, ma attraverso di essa.

I numeri sono significativi. Una meta-analisi del 2020, condotta su 56 studi con oltre 20.000 partecipanti, ha confermato che la crescita post-traumatica è un fenomeno reale e misurabile. E c’è un dato particolarmente interessante per noi: tra i fattori che la facilitano, il coping spirituale (ovvero l’uso di risorse spirituali per affrontare la crisi) mostra effetti positivi.

Un altro studio, pubblicato su BMC Psychology, ha trovato qualcosa di ancora più specifico: la spiritualità modera la relazione tra il modo in cui elaboriamo l’esperienza traumatica e la crescita che ne deriva. In altre parole, le persone che hanno una dimensione spirituale nella loro vita non soffrono di meno (i danni neurologici del trauma restano), ma riescono a derivare più significato e trasformazione da quella sofferenza.

Questo è un punto che ci tengo molto a sottolineare: la meditazione e la pratica spirituale non sono una scorciatoia per evitare il dolore. Sono uno strumento per attraversarlo senza perdersi dentro di esso.

Il diamante sotto la crosta

C’è una metafora che trovo particolarmente efficace: immaginiamo un diamante in fondo all’oceano, ricoperto da strati e strati di fango, incrostazioni, detriti accumulati in anni e anni. Dall’esterno non sembra niente di speciale, ma se togliamo quegli strati, quello che emerge è qualcosa di straordinariamente luminoso.

La crisi, quando la attraversiamo fino in fondo senza scappare, ha il potere di rimuovere quegli strati. Le tradizioni orientali direbbero che rivela la nostra natura più profonda. La psicologia direbbe che ci libera dai meccanismi di difesa che non ci servono più.

In entrambi i casi, quello che resta è una persona più autentica, più stabile e meno reattiva. Una persona che non ha più bisogno di recitare un copione, perché ha trovato qualcosa di solido dentro di sé.

Ed è esattamente quella solidità che gli altri percepiscono come “aura”.

La scienza del “lasciar andare il sé”

Per capire cosa succede nel cervello di chi sviluppa questa stabilità interiore, dobbiamo conoscere una rete cerebrale che è stata scoperta quasi per caso.

Nel 2001, il neuroscienziato Marcus Raichle stava conducendo esperimenti con la risonanza magnetica funzionale (fMRI) quando notò qualcosa di inaspettato: quando i partecipanti non stavano facendo nulla di particolare (niente compiti, niente stimoli, solo sdraiati nello scanner), il loro cervello non si “spegneva”. Al contrario, un insieme specifico di regioni cerebrali si attivava di più proprio quando la persona non era impegnata in nessuna attività.

Raichle lo chiamò Default Mode Network (DMN), la “rete di default” del cervello. Ed è una delle scoperte più importanti delle neuroscienze degli ultimi vent’anni.

La voce nella nostra testa

Il DMN è essenzialmente la rete che si accende quando la mente “vaga”. È il sistema che produce il nostro dialogo interiore continuo: pensieri su noi stessi, rimuginazioni sul passato, preoccupazioni per il futuro, fantasie, giudizi, narrazioni che costruiamo sulla nostra vita.

Include diverse aree cerebrali, ma le principali sono la corteccia prefrontale mediale (che gestisce i pensieri auto-referenziali, il “chi sono io”), la corteccia cingolata posteriore (che integra i ricordi autobiografici) e l’ippocampo (che consolida la memoria narrativa).

In pratica, il DMN è la macchina che costruisce e mantiene il nostro senso del sé. La storia che ci raccontiamo su chi siamo, cosa ci è successo, cosa potrebbe succederci, cosa pensano gli altri di noi.

Ne abbiamo bisogno per pianificare, riflettere, avere un’identità coerente. Il problema è quando diventa iperattivo, quando il dialogo interiore diventa un monologo ossessivo e passiamo la giornata a rimuginare, preoccuparci, giudicarci.

Se avete mai provato a sedervi in silenzio per cinque minuti e vi siete accorti che la mente non smette di parlare neanche per un secondo, avete incontrato il vostro DMN al lavoro.

il default mode network del cervello

Quando il volume si abbassa

I ricercatori hanno scoperto che la meditazione ha un effetto molto specifico sul DMN: ne riduce l’attività.

I meditatori esperti mostrano una minore attività nelle regioni chiave del DMN rispetto ai non meditatori, durante la meditazione ma anche fuori dalla meditazione, nella vita quotidiana. Come se la pratica avesse “abbassato il volume” di quella voce interiore in modo stabile, non solo temporaneo.

Ripensiamo un momento a quella persona che entra nella stanza e porta con sé una quiete quasi tangibile, i cui circuiti empatici “confondono” i nostri perché non segue i copioni sociali abituali: cosa succede se il suo DMN è meno attivo del nostro?

Succede che ha meno dialogo interiore, meno ruminazione, meno preoccupazione per come appare, meno bisogno di controllare l’impressione che fa. Non sta “recitando” la calma. È calma, perché il sistema che normalmente genera agitazione mentale lavora a un regime più basso.

La dissoluzione dell’ego

Ma la riduzione dell’attività del DMN può andare ben oltre la semplice calma mentale.

Uno studio particolarmente affascinante del 2019 ha combinato un ritiro di mindfulness di cinque giorni con la somministrazione di psilocibina in un contesto controllato. I risultati hanno mostrato che la dissociazione tra corteccia prefrontale mediale e corteccia cingolata posteriore (cioè la “disconnessione” tra le due aree principali del DMN) era associata a un’esperienza soggettiva molto specifica: la dissoluzione dell’ego.

La dissoluzione dell’ego non è un concetto esoterico, bensì un’esperienza documentata in cui i confini tra “io” e “non io” diventano temporaneamente meno rigidi. La persona smette di percepirsi come un’entità separata e sperimenta un senso di connessione più ampio. E l’entità di questa esperienza prediceva cambiamenti positivi nel funzionamento psicosociale dei partecipanti a distanza di quattro mesi.

La cosa importante per noi è che la meditazione, da sola e senza sostanze, produce effetti simili (anche se in genere più graduali) sulle stesse reti cerebrali.

L’equanimità

Nella tradizione buddista esiste un concetto che, più di ogni altro, cattura l’essenza di quella qualità che stiamo esplorando. Si chiama upekkha (in pali) o upeksha (in sanscrito), e lo traduciamo come “equanimità”.

Quando sentiamo “equanimità” pensiamo a qualcuno che non prova emozioni, una specie di statua impassibile che guarda il mondo con distacco freddo. Niente di più sbagliato.

La parola stessa ci dà un indizio: al suo cuore c’è il termine per “occhio” e “vedere”, con un prefisso che suggerisce l’atto di “osservare senza interferire”. L’equanimità è la capacità di guardare tutto quello che accade (dentro di noi e fuori) senza la reazione automatica di aggrapparci a ciò che ci piace e respingere ciò che ci spaventa.

Sentiamo la tristezza, ma non ne siamo travolti. Sentiamo la gioia, ma non ci attacchiamo disperatamente ad essa. Vediamo la critica, ma non ci demolisce. Riceviamo un complimento, ma non diventa la base della nostra identità.

È la differenza tra stare in mezzo ad un temporale ed osservare un temporale dalla finestra di casa nostra.

Il culmine di un percorso

Nella mappa buddista dello sviluppo interiore, l’equanimità è un punto di arrivo.

È il quarto dei Brahmaviharā (le “dimore divine”), che vengono coltivati in un ordine specifico: prima mettā (l’amore benevolo verso tutti gli esseri), poi karuṇā (la compassione per chi soffre), poi muditā (la gioia compartecipe per la felicità altrui), e infine upekkha (l’equanimità). Prima impariamo ad amare, poi a soffrire con gli altri, poi a gioire con gli altri, e solo alla fine impariamo a fare tutto questo senza perderci dentro.

È anche l’ultimo dei Sette Fattori del Risveglio e la prima caratteristica attribuita a un Buddha:

“Colui che è risvegliato è sempre equanime.”

Quando leggo queste descrizioni, penso inevitabilmente alle persone che ho incontrato nella mia vita e che possedevano quella qualità speciale. Nessuna di loro era fredda o distaccata. Erano anzi persone profondamente calde, capaci di una compassione immensa. Ma non venivano trascinate dal vortice delle emozioni altrui.

E questo, paradossalmente, le rendeva molto più capaci di aiutare.

Quando la connessione diventa manipolazione

Nei miei anni di pratica ho incontrato persone straordinarie. Ma ho anche incontrato persone che possedevano quella stessa qualità magnetica e la usavano per scopi molto diversi dalla crescita altrui.

È un argomento di cui nel mondo della meditazione e della spiritualità si parla troppo poco, e lo dico con una certa frustrazione. Perché il silenzio su questo tema lascia le persone vulnerabili, soprattutto chi si avvicina a queste pratiche in un momento di fragilità.

Il punto è semplice: la connessione al divino e il narcisismo patologico possono coesistere nella stessa persona.

Come è possibile?

Immaginiamo tre piani sovrapposti: il piano neurologico (come funziona il cervello), il piano psichiatrico (la salute mentale, i tratti di personalità, le patologie) e il piano spirituale (la connessione con qualcosa di più profondo).

Questi tre piani possono esistere in modo indipendente l’uno dall’altro.

Una persona può aver attraversato una crisi profonda, aver trovato una connessione genuina con il divino, aver sviluppato una stabilità interiore reale, e contemporaneamente avere un ego ipertrofico, tratti narcisistici non elaborati, ferite psicologiche mai affrontate. La connessione spirituale non “cancella” automaticamente la patologia, così come la terapia non dà automaticamente la connessione spirituale.

Come è possibile? Perché quella presenza è reale. Non è tutta una finzione. Il problema non è che il carisma sia falso, ma che esiste senza il contrappeso di un lavoro etico e psicologico sul proprio ego.

Segnali a cui prestare attenzione

Dopo tanti anni in questo mondo, ho sviluppato una specie di radar personale. Non è infallibile, ma questi sono alcuni segnali che mi mettono in allerta:

Il maestro scoraggia le domande o reagisce con irritazione quando viene messo in discussione. Un insegnante autentico accoglie i dubbi, perché sa che il dubbio è parte del percorso. Un manipolatore li percepisce come una minaccia.

Il gruppo crea una dinamica di dipendenza: senza il maestro non puoi progredire, senza il gruppo sei perso, la tua vita “prima” era sbagliata. Un percorso sano ti rende più autonomo, non meno.

Esiste una gerarchia rigida basata sulla vicinanza al leader. Chi è più vicino ha più valore. Un percorso autentico ti avvicina a te stessa, non a un’altra persona.

Il maestro si presenta come l’unica via. Non ci sono altre strade valide, altri insegnanti degni, altri approcci legittimi. Questo è sempre un segnale d’allarme.

C’è una pressione (esplicita o sottile) a tagliare i legami con le persone che esprimono perplessità. Un percorso sano non ti chiede di scegliere tra la tua crescita e le tue relazioni.

Ne ho parlato in modo più esteso nell’articolo sulle trappole della meditazione, ma il messaggio di fondo è questo: la vera crescita spirituale ci rende più liberi, compassionevoli e capaci di pensare con la nostra testa. Se un percorso ci rende più dipendenti, isolati, più incapaci di mettere in discussione ciò che ci viene detto, non è crescita.

Non puoi cercarla, ma puoi creare le condizioni

Arriviamo al punto che forse è il più importante di tutto questo articolo.

Se hai letto fin qui pensando “voglio sviluppare quell’aura”, devo essere onesta: quel desiderio stesso è il primo ostacolo.

È un paradosso, lo so. Ma è un paradosso che tutte le tradizioni contemplative del mondo riconoscono, indipendentemente l’una dall’altra, da migliaia di anni.

Il paradosso

Nello Zen lo chiamano “la porta senza porta”: non puoi attraversarla intenzionalmente. Lao Tzu scrisse che la Via che può essere spiegata non è l’eterna Via. Nel Buddismo, uno dei tre passaggi verso la liberazione è apranihita, che significa letteralmente “assenza di scopo”. Nello Yoga, il prerequisito per la realizzazione è vairāgya, il non-attaccamento.

Meister Eckhart, il mistico cristiano del Trecento, lo disse in modo ancora più diretto:

“Se cerchi qualcosa, non troverai Dio.”

Perché il desiderio di avere un’aura speciale, di essere quella persona che entra nella stanza e cambia l’atmosfera, nasce dall’ego. È l’ego che vuole essere speciale e ammirato. Ed è un desiderio comprensibile, profondamente umano, che non dobbiamo giudicare.

Ma come abbiamo visto, quella qualità emerge proprio quando l’attività del DMN (la rete del sé) si riduce. Quando smettiamo di costruire e proteggere un’immagine di noi stessi.

Non possiamo usare l’ego per eliminare l’ego. È come cercare di spegnere un incendio versandoci sopra altra benzina.

Allora cosa facciamo?

Negli anni ho fatto pace con questo paradosso, e vi racconto come.

La risposta è fare molto, ma con un’intenzione diversa. La Bhagavad Gītā lo chiama nishkāma karma: l’azione senza attaccamento al frutto. Agiamo al meglio delle nostre possibilità, ci impegniamo con tutto il cuore, ma lasciamo andare il bisogno di controllare il risultato.

Passa il tuo tempo cercando di costruire più cose buone che puoi e ridurre più cose cattive che puoi. Penso che questo sia il modo migliore di vivere.

In termini concreti, per la nostra pratica quotidiana, questo significa:

  • Meditare ogni giorno con costanza. Non per avere l’aura, ma perché meditare ci aiuta a stare meglio ed essere più presenti. Se poi qualcosa di più profondo emerge, lo accogliamo. Se non emerge, abbiamo comunque vissuto meglio.
  • Praticare la compassione (mettā e karuṇā), sviluppando attivamente la capacità di stare con la sofferenza altrui senza esserne travolti.
  • Osservare i pensieri ci insegna, un po’ alla volta, che noi non siamo i nostri pensieri. Ogni volta che notiamo un pensiero senza crederci ciecamente, il DMN perde un frammento del suo potere.

La pratica più importante

La qualità che percepiamo come “aura” nelle persone che ci colpiscono non è qualcosa che hanno aggiunto a sé stesse. È una rivelazione della loro vera natura.

E il modo più diretto che conosco per iniziare (o continuare) questo processo di rivelazione è la meditazione quotidiana. Non perché sia una bacchetta magica, ma perché è il luogo dove, giorno dopo giorno, impariamo a stare con noi stessi senza filtri, scuse o copioni.

Non serve essere speciali, ma solo sedersi, respirare, e restare.

Se questo articolo ti ha incuriosito e senti il desiderio di esplorare la meditazione con una guida strutturata, dai un’occhiata ai nostri corsi online. E se già pratichi, considera questa riflessione come un invito a tornare sul cuscino con occhi nuovi.

Lettura consigliata

Se il mondo ti crolla addosso
  • Editore: Feltrinelli
  • Autore: Pema Chödrön , Raffaella Gerola
  • Collana: Universale economica. Oriente
  • Formato: Libro in brossura
  • Anno: 2017

Fonti e riferimenti

Tutte le affermazioni scientifiche in questo articolo sono supportate da ricerche pubblicate. Per approfondire:

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